Di trascendenti propensioni.

In lacrime banali, vorremmo esserci.

Viviamo in posizioni dall’ergonomia carente,
spigolosi stati d’essere che pungolano l’esistenza con angoli acuti laddove dovrebbero armonizzarsi soffici e morbide curvature.

Della fioritura d’un prato primaverile respiriamo a pieni polmoni:
nell’assenza di antistaminici percepiamo perseverante l’allergia a spalle che si scrollano,
gesti inconsapevoli che non riescono ad alleggerire le coscienze o ad arricchire i cuori.

(Nessun battito di ciglia tra successive pulsazioni cardiache:
così accresciamo l’illusione di saper apprezzare più intensamente lo scorrere del nostro limite temporale).

Tra i desideri degli adolescenti e le ginocchia sbucciate degli infanti,
schivando l’arrivismo degli adulti e gli ammonimenti degli anziani:
in ipnotiche spire pulsiamo, amplificando il nostro sentire.
L’anima ebbra si fa lieve per diffondersi nell’etere, nascondendosi silenziosa tra la gentile brezza che plasma le nuvole.

(Volatili come le essenze che ci accordano in gradevoli eufonie, ci rincorriamo come note su un pentagramma: esili figure per sinfonie che, alle nostre orecchie, suoneranno sempre incompiute).

Siamo avvolti nel presente come s’intrecciano le dita degli amanti:
il contatto è quasi impercettibile e si sposta con eleganza,
disegnando le trame di un tessuto in continua evoluzione,
tracciando i sentieri di ciò che la mente ancora non riesce a visualizzare.

Sorridiamo all’ingenuità dei nostri ardori:
a tutto ciò che forse mai si realizzerà doniamo con sincerità le nostre ore migliori,
i nostri pensieri più radiosi,
la silenziosa esplosione cromatica delle nostre più fertili primavere.

 

Contravvenendo al mondo, vorremmo esserci.

 

Citazioni in corsivo dal brano “Vorremmo esserci” – Massimo Zamboni & Angela Baraldi

Al cuore del cloud.

Nell’analogia degli anni ’80.

Dal tempo in cui nastri magnetici sapevano riprodursi solo strofinandosi su testine per partorire, nel compiere quel gesto così pregno di metafore, le vibrazioni sonore che ci hanno aiutati a crescere:
da quel tempo così lontano,
seppur attraverso vie digitali prive d’un qualsivoglia contatto,
paiono giunger le note d’una canzone che lascio risuonare da ore, in ipnotico loop.

La tecnologia ha oggi creato un dedalo di connessioni d’aria,
trasformando in etereo ed intangibile ciò che prima era fisico e reale:
nel compiere questa inevitabile mutazione non è però riuscita a privare la musica della sua capacità di raggiungerci,
di insediarsi nel nostro profondo per mostrarsi ancora creativa e fertile partoriente di variopinti stati d’animo.

Ne risulta quindi che la traccia di cui sopra sappia ancora essere efficace nel trascinarmi a ritroso nel tempo verso quegli anni che mi videro poco più che infante:
anni in cui l’elettronica dei nostri mangiacassette copriva il suo inevitabile fruscio di fondo con la disco, il grunge o quel genere di pop che nella discografia contemporanea non trova corrispettivo adeguato.

Senza cedere a facili nostalgie lascio adesso che la melodia ancora dipinga in me visioni d’un tempo che fu,
di ingombranti televisori a tubo catodico che proiettavano immagini poco nitide di automobili corvine,
di valvole che (come donne allo specchio) dovevano prendersi il loro tempo prima d’esser pronte,
di tecnologie analogiche che (nella loro scomoda scarsa immediatezza) sapevano però rispettare la dimensione sociale del nostro essere umani.

Oggi (attraverso una connessione wireless che m’attraversa le carni come se io neanche esistessi) il lontano eco di quegli anni a stento viene veicolato da canzoni che nascono con un insignificante click di mouse e che, con lo stesso banale click di mouse, rischiano di morire nel nulla senza lasciarci nulla.
Null’altro che ricordi, quantomeno.
Null’altro che emozioni,
di quelle per le quali non serve backup,
di quelle per cui sapremo sempre trovare un po’ di spazio nel nostro cuore,
senza il superfluo ed obsoleto bisogno d’acquistare più spazio sul cloud.

Ricordi cromie.

“Queste colline non sono mai state così verdi” – pensò, mentre lasciava cadere gli ultimi pensieri come foglie dorate ormai prive di vita.
I colori, in quel freddo giorno d’autunno, non erano mai stati così saturi e vibranti: erano le ultime esplosioni cromatiche prima dell’inverno, prima che s’assopisca la Natura e le tinte appassiscano, mutando in una piatta scala di grigi.
Erano quelle le colline dell’infanzia, d’un tempo lontano vissuto nell’inconsapevolezza, in un fragile guscio di spensieratezza che era necessario frangere per accedere ai caotici e fertili anni della maturità.

(Chi rompe paga, ed i cocci non si riallineano mai: mai come prima, quantomeno).

Erano quelle le colline dell’infanzia e, ora che l’ultimo raggio di Sole ne accarezzava lievemente i declivi, quegli anni così spensierati parevano essere un po’ meno lontani: con fili d’un tessuto invisibile ricucì il suo vissuto, stagione per stagione, prima che il Sole iniziasse ad indietreggiare desaturando colline che resteranno primavera nella memoria.

 

In una perfetta giornata d’Autunno.

Nel tepore domestico, reinterpretando Lou Reed, una voce familiare si fa lieve nel sussurrarci che più tardi, quando farà buio, rincaseremo: filtrando quelle note tra le trame della nostra creatività, ci permettiamo il lusso di reinterpretare emotivamente il testo poiché già siamo a casa e, fuori, è buio da sempre.

Nell’umidità di Novembre non v’è spazio per la luce e gli spazi vivibili vengono riordinati intorno ad un centro di gravità che tra le mura del focolare trova origine e conclusione, apertura e chiusura: l’armonia della musica disegna spirali invisibili che ci conducono, in delicato equilibrato, al cuore di questo effimero movimento.

Quando la Natura si spoglia e gli aromi s’amplificano, percepiamo il flebile e tiepido pulsare del nostro essere: sospesi ad un sempiterno filo temporale dondoliamo così,

leggiadri,

oscillando tra spighe di grano e fiocchi di neve con la serenità degli infanti che si fa concreta sui nostri visi.

Prima che questa giornata perfetta abbia termine, daremo nuovo lustro a quelle poche relazioni interpersonali che meritano di traghettare al di là delle ingiurie del Tempo: mentre là fuori ancora sarà buio ci nutriremo con innaturale calma, lasciando che il nostro stato d’Animo scivoli disteso su superfici prive d’attrito.

Ed infine, prima che le note di questa canzone svaniscano in dissolvenza, troveremo nuovo conforto nei sottili spazi di palpebre serene a sufficienza per socchiudersi nell’incoscienza, lasciandoci immortali memorie di un’altra giornata perfetta.

Genealogia spirituale.

Al di là della famiglia o di un’indefinibile felicità,
ciò che l’uomo contemporaneo va spesso ricercando è, in realtà, un senso d’appartenza.
Molte delle problematiche sociali odierne nascono dal fatto che la consapevolezza di questa ricerca sia spesso latente: andrebbe quindi, a parer mio, risvegliata.
Affinché si riesca a concepire tale rinascita, va innanzitutto compreso che la genealogia più utile ed interessante per conoscere se stessi non è tanto quella biologica quanto, piuttosto, quella spirituale.

Il senso d’apparenza di cui sopra, spogliato d’ogni sua connotazione negativa, disegna intorno all’individuo invisibili orbitali sui quali (secondo vie del tutto spontanee e naturali) andranno a posizionarsi i satelliti che più s’addicono alla sua essenza: così facendo, la piacevole sensazione d’esser nell’ambiente che più gli è consono andrà amplificandosi automaticamente.
Sarà sufficiente scivolare fluidamente nella collocazione per la quale s’avverte maggior intimità.
Sarà sufficiente Essere.

Inserito nella sintonia di tale contesto, il soggetto entrerà in una meravigliosa trama d’interazioni e scambi ben più nobile di quella studiata dagli economisti: non troverà prezzi da definire e domanda/offerta si intrecceranno a tal punto da esser indistinguibili.
Infine, ancor meglio, non ragionerà più in un’ottica di perdita o guadagno (quella stessa ottica da cui generano molte delle problematiche di cui in apertura d’articolo) poiché non vi sarà più alcuna differenza tra donare e ricevere.

Raggiunta la galassia in cui sentiamo d’appartenere, invisibili attrazioni gravitazionali si metteranno quindi in moto per condurre nel nostro intorno altri pianeti o satelliti con in quali siamo da sempre in armoniosa risonanza, in positiva interazione.
Udire il silenzioso ed inconfondibile respiro di quell’universo ci farà capire che la meta è stata raggiunta.

L’Interprete.

Lo sapevi, tu, che vivere con intensità presuppone il pagamento di dazi che s’esplicitano in lunghe catarsi gravide di pensieri?
Che Venezia ha più fascino con la nebbia e senza turisti, che è necessario aspettare per visitarla per poi non visitarla mai? (è il destino, baby, che sorride beffardo al nostro anticonformismo).

e con i nostri cuori affaticati, dietro la lealtà dei nostri visi,
siam finiti con l’esser divisi

Lo sapevi, cara, che l’alternarsi delle Stagioni può divenire, con il Tempo, prevedibilmente noioso? (allora dimmi: il ricordo delle nostre Primavere, gelosamente custodito fino ad oggi, sarà abbastanza per darci respiro negli anni a venire?)
Che gli stimoli dell’età adulta somigliano troppo spesso a dettami lasciati scivolare silenziosamente dall’epocale tra le trame del nostro vivere? (sta a noi rendere queste ultime imprevedibili, al punto da lasciar scivolare via tali malcelate imposizioni).

Lo sapevi, infine, che le fotografie stampate sul finire dello scorso millennio sembrano non trovare spazio nel vuoto digitale in cui oggi siamo costretti?
Memorie sfuocate dai tenui colori pastello che non riusciamo più a convertire in codice binario: in questo stallo esistenziale, cerchiamo l’interprete che possa tradurre ciò che siamo stati a ciò che diverremo.

L’interprete sei tu, sono io, siamo noi.
E’ la storia d’Amore che abbiamo consumato con ingenua, infantile voracità:
quella stessa storia che, proprio oggi, avrebbe forse trovato la sua più grande espressione,
la sua più viva e concreta utilità.

 

 

Citazione in corsivo dal brano “gli anni dell’università” dei Non voglio che Clara (Fabio de Min)

Nell’immobile deriva.

Mare impetuoso s’infrange su fragile epidermide: flutti imbizzarriti, metafora di emozioni che dai ricordi sgorgano con esplosiva spontaneità.
La quiete della sabbia che s’accomoda senza fretta sotto la pianta dei miei piedi nudi: questo avverto mentre gabbiani disegnano eleganza all’orizzonte, tra la concretezza del mio corpo infreddolito e l’astrattismo del mio rimembrare.

Nell’assenza di moto sono il confine tra la sabbia ed il mare, nel contrasto tra stati d’animo sì differenti.

Alle mie spalle, coppie di anziani passeggiano nell’insostenibile bagliore di un Sentimento che hanno saputo svincolare dal Tempo: altri, invece, s’adagiano solitari su panchine che sanno accogliere la loro intangibile, rassegnata, serenità.

Il mare s’accheta per contenere quella metà di Sole scesa al di sotto dell’orizzonte: con dissolvenza giunge la sera,
silenziosa s’appoggia sulla mia pelle stanca ovattando l’ebbro divagare d’una mente che non conosce riposo.

Il moto traspone dalla mente alle membra,
concretizzandosi in un timido passeggiare nel riverbero di lampioni nati un secolo fa:
esili statue antropomorfe dalla mente luminosa m’avvolgono con affetto familiare nel mio ritorno a casa.

Al di là delle finestre, in stanze non mie, ci s’appresta al convito.
Poi il riposo,
la notte,
le luci e le ombre,
l’assenza e la presenza.

L’ultima consapevolezza, prima di cedere al sonno, è Vita.

I’m not your magazine.

REM - Monster (cover)

 

Era la Primavera del ’98: l’Inverno alle spalle, una vita davanti.

L’adolescenza: un Aroma intenso, una viscerale vibrazione,
un impeto di azioni spavalde che non temevano conseguenze.

Era la Primavera del ’98 ed io, abbracciato alla mia fidanzata, uscivo dal negozio di dischi che c’è giù in centro con in mano una copia di “Monster” dei R.E.M.
La copertina arancione, il muso dell’orso sfuocato, il desiderio di giungere a casa quanto prima per poterlo ascoltare: questo ed altro, ora, ricordo.

Era la Primavera del ’98 e questa è una di quelle memorie indelebili,
uno di quei ricordi impermeabili al fluire impetuoso d’un Tempo paziente nel volerci insegnare lezioni che sembriamo non voler apprender mai.

La nitidezza del mio rimembrare mi convince allora che non sia un caso se, a distanza di anni da quel giorno

(la città in fermento, così come i nostri adolescenziali umori)

quell’album continui saltuariamente a tenermi compagnia: a farmi riflettere, a decostruire l’Esistenza vissuta fino ad oggi per costruirne una migliore, da domani.
Da adesso.

E’ un album intenso come il vivere: la malinconica dolcezza delle melodie dei R.E.M miscelata con chitarre in cui l’impronta dei Sonic Youth è quanto mai evidente, presente.

Ed è così che oggi,
mentre la fidanzata di allora è rimasta una cara amica e l’adolescenza ha cessato le sue tormente,
continuo a farmi coinvolgere dal riverbero delle chitarre di “Let me in”, dalla malinconia di “Strange currencies” ma, soprattutto, a farmi impressionare dalla sconvolgente attualità di un brano come “King of comedy”.

Quasi come fosse rimasta sopita per circa 14 anni,
la traccia 03 dell’album torna oggi a mordere come non mai,
con un testo così inconfutabile che (un secondo prima di cantarlo) anche Stipe sembra dover inspirare profondamente.
Pare voglia dirci che “è proprio così, è innegabile, quasi inevitabile – la società ci vuole dei King of comedy”.
Delle stelle da prima serata,

“Make your money with your suit and tie”

degli animali da palcoscenico che lì sono arrivati senza badar troppo a ciò che han dovuto inevitabilmente calpestare sul sentiero.

“Make your money with a pretty face
Make it easy with product placement
Make your money , make it young and make it quick”

Ma quelli come noi, sognatori che non possono fare a meno di restare ai margini di questa società in cui vince chi va in prima serata, in quel secondo in cui Stipe inspira chiudono gli occhi.
Chiudono gli occhi per guardarsi dentro e scoprire così che, oggi come nella Primavera del ’98, sono riusciti a non diventare dei King of Comedy.
L’album, nel frattempo, continua a girare.
Traccia dopo traccia.
Anno dopo anno.

Citazioni in inglese corsivo dal brano “King of comedy” dei REM (Bill Berry / Peter Buck / Michael Mills / Michael Stipe)

Sconfortante analisi della soggettività Temporale.

“The definition of periodicity implicitly assumes
that an external time is available
in order to compare a period with the next one
which is meaningless in a timeless framework.”


In giornate come questa,
quando la rigidità del pensiero umano calcifica concretizzandosi in sterile e soffocante burocrazia,
lo sconforto sale maestoso come marea controllata dalle fasi lunari del nostro umore.

Ci pare così che alcuni accadimenti, quali l’invadenza di un’emicrania sì presente, vogliano dilatarsi nel Tempo sino a convincerci che sapranno non finire mai.
Altri fenomeni ancora, quali la Primavera in evidente sviluppo al di là delle finestre socchiuse, ci appaiono invece destinati a spegnersi con inarrestabile e rapida frenesia.

Al di sotto dell’Introspezione ed al di sopra del Silenzio, un orologio scandisce secondi in realtà privi di senso: nella soggettività relativa del Tempo, gli eventi non hanno mai durata razionale.

E a noi, in giornate come questa, pare durino sempre troppo.
O troppo poco.

Non son meglio di te (e neppure di me stesso).

Il propellente che fornisce energia cinetica all’esistenza, fondamentalmente, è situato all’epilogo della ricerca motivazionale: trovate le motivazioni, l’uomo si proietta freneticamente in una corsa ad ostacoli estenuante, attingendo alle sopracitate motivazioni come carburante per spingersi fin dove la psiche o il fisico lo consentono.

Una sudata intensa, lunga una vita, stimolata dal trofeo motivazionale che con fierezza ci s’appunta sul petto.
Ma che sembianze ha tale trofeo?

Step 1. Io farò meglio di te ergo sarò meglio di te. (ovvero – la motivazione è là fuori).

E’ questa l’infantile competitività che per molti diviene motivazione sferica del vivere: nel lavoro, negli affetti, nel sapere e nell’agire, io sarò meglio di te.
E’ infantile poiché Continua a leggere…