Nell’immobile deriva.

Mare impetuoso s’infrange su fragile epidermide: flutti imbizzarriti, metafora di emozioni che dai ricordi sgorgano con esplosiva spontaneità.
La quiete della sabbia che s’accomoda senza fretta sotto la pianta dei miei piedi nudi: questo avverto mentre gabbiani disegnano eleganza all’orizzonte, tra la concretezza del mio corpo infreddolito e l’astrattismo del mio rimembrare.

Nell’assenza di moto sono il confine tra la sabbia ed il mare, nel contrasto tra stati d’animo sì differenti.

Alle mie spalle, coppie di anziani passeggiano nell’insostenibile bagliore di un Sentimento che hanno saputo svincolare dal Tempo: altri, invece, s’adagiano solitari su panchine che sanno accogliere la loro intangibile, rassegnata, serenità.

Il mare s’accheta per contenere quella metà di Sole scesa al di sotto dell’orizzonte: con dissolvenza giunge la sera,
silenziosa s’appoggia sulla mia pelle stanca ovattando l’ebbro divagare d’una mente che non conosce riposo.

Il moto traspone dalla mente alle membra,
concretizzandosi in un timido passeggiare nel riverbero di lampioni nati un secolo fa:
esili statue antropomorfe dalla mente luminosa m’avvolgono con affetto familiare nel mio ritorno a casa.

Al di là delle finestre, in stanze non mie, ci s’appresta al convito.
Poi il riposo,
la notte,
le luci e le ombre,
l’assenza e la presenza.

L’ultima consapevolezza, prima di cedere al sonno, è Vita.

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