Identità convergenti.

Alice, prima di prender posto in quest’accogliente bar di Copenaghen, aveva avuto altre vite.

Altre vite, Alice, altre acconciature: dreadlocks neri e rosa shocking, anni prima del capello mosso che oggi le cade piacevolmente disordinato sulle spalle, su un elegante tailleur nero a coprire una vissuta canottierina dalle colorate grafiche anni novanta.
Nera la minigonna e neri i collant, su candide ed esili gambe che sensuali vanno a terminare in neri stivaletti mai stanchi di poggiare, in questa Vita, un altro passo ancora.

Al di sopra del locale il Sole scavalca ancora una volta le nuvole, in questo piovoso giovedì di metà estate: la pioggia armoniosamente s’attenua, come a lasciargli lo spazio che merita.
Il Sole scavalca ancora una volta le nuvole ed i suoi raggi raggiungono Alice mentre lei, con una lenta espirazione, scivola lieve sulla sedia: reclina indietro il capo, socchiude gli occhi.
È nella piena soddisfazione d’esser qui: adesso, ora, mentre il Sole ha la sua rivincita su questa lieve pioggia d’estate.
È nel pieno godimento d’esser qui, in quest’istante: al centro di Copenaghen che è oggi al centro del suo mondo.

Con il capo ancora reclino e gli occhi ancora socchiusi, la femminilità delle sue dita si posa ora sulla circonferenza del bicchiere: come fosse la puntina di un giradischi, l’esilità delle sue dita inizia a girare in tondo, con eleganza, sensualità, a produrre un suono che pare possa udire solo lei.

Dall’angolo opposto del locale mi guarda Alice, mentre continuo ad osservarla anche io.
Mi fissa ora lei e la fisso anch’io, due esili figure che tendono all’immobilità in un locale che di noi abbisogna come ne fossimo colonne portanti.
Mi osserva lei e la guardo anche io, mentre gli altri avventori continuano ad alternarsi frenetici alla periferia del nostro campo visivo.
Come fosse la puntina di un giradischi, la femminilità delle sue dita ancora percorre la circonferenza del bicchiere: continua a girare in tondo, con eleganza, sensualità, a produrre un suono che pare possa esser udito da noi soli.

“These days are moving fast ahead
And one more day like this
Could change everything that we
we ever thought”

Allietati da quell’ipnotica melodia che ci unisce portiamo entrambi una sigaretta alle labbra: ci muoviamo in sincronia, in simmetrica sincronia.
Uno lo specchio dell’altra, mentre la traccia audio che condividiamo amplifica progressivamente il suo volume: se mi porto il bicchiere alle labbra, così fa anche lei.
Se con piacere espira a lungo, così faccio anche io.

In simmetrica sincronia, uno lo specchio dell’altra, mentre la traccia audio che ci unisce ancora una volta aumenta la sua intensità: così fa anche il Sole, al di là delle ampie vetrate.
Così fa anche il Sole: inspessisce i suoi raggi, ne amplifica il calore.
Gli avventori del locale sono ora troppi, troppo veloci (o entrambe): non riusciamo a scorgerli più, in questa loro invisibile frenesia.

“It’s all a strange, a strange act of things
We can’t postpone it any longer
It’s all around”

Cara Alice, ci siamo solo più io e te qui.
Ci alziamo come si alza il volume della traccia che ancor più unisce: ci alziamo, due esili figure di nero vestite.
Due eleganti figure ora a convergere, con passo lieve ma sicuro, verso il centro del locale che è al centro di Copenaghen che è al centro del nostro mondo.
Due esili figure a convergere, quasi a scivolare sull’umidità dell’aria fresca di questa giornata di mezza estate: due a convergere, a scivolare verso il nostro centro come scivola la puntina sul giradischi.
Vicini, ora: le nostre mani palmo contro palmo si sfiorano.
È uguale la nostra altezza, Alice, mentre scorgi qualcosa di familiare negli occhi miei.
È uguale la nostra altezza, mentre scorgo qualcosa di familiare negli occhi tuoi.
Chi vi è, Alice, dentro te?
Chi, Alice, in me?

“And we’re losing our grip”

Avvicinati ancora: sono le nostre labbra a sfiorarsi ora, mentre le nostre mani contatto han trovato già.
Le linee di basso della canzone aumentano nuovamente e le pareti del locale si deformano su quest’intensità: come respirassero a tempo di musica, profondamente si espandono e contraggono, aumentando ad ogni respiro l’ampiezza rispetto al centro.
Aumentando ad ogni respiro l’ampiezza, espandendosi ancora una volta di più, fino poi a non potersi contrarre più.

Non c’è più alcun accogliente locale, al centro di Copenaghen.
Non c’è più alcuna Copenaghen: intorno a noi, Alice, null’altro ha trovato spazio.
Noi, in un accogliente centro che ci accoglie entrambi.

Dall’Alto il Sole filtra con più intensità ancora, tra nuvole che paiono ora fibre di cotone sfilacciato.
Dal Cielo, una lieve e rinfrescante pioggia estiva di benedire i nostri corpi non ha smesso mai.
Inspiriamo ancora una volta, Alice: insieme, ancora.
Inspiriamo, profondo.
Profondo, poiché così siamo noi.
Inspiriamo, Alice: inspiriamo insieme e poi, come fosse la cosa più naturale di questo Mondo, non espiriamo più.
Come fosse la cosa più naturale di questo nostro mondo, Alice, non espiriamo più.

Alice, prima di prender posto in quest’accogliente bar di Copenaghen, aveva avuto altre vite.

“These days are moving fast ahead
And one more day like this
Could change everything that we”

Citazioni in inglese dal brano “These days” dei People Press Play (Compositori: Jeffrey Steele / Steve Robson / Danny Wells © Universal Music Publishing Ltd., Sony/atv Tree Publishing)

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