Non son meglio di te (e neppure di me stesso).

Il propellente che fornisce energia cinetica all’esistenza, fondamentalmente, è situato all’epilogo della ricerca motivazionale: trovate le motivazioni, l’uomo si proietta freneticamente in una corsa ad ostacoli estenuante, attingendo alle sopracitate motivazioni come carburante per spingersi fin dove la psiche o il fisico lo consentono.

Una sudata intensa, lunga una vita, stimolata dal trofeo motivazionale che con fierezza ci s’appunta sul petto.
Ma che sembianze ha tale trofeo?

Step 1. Io farò meglio di te ergo sarò meglio di te. (ovvero – la motivazione è là fuori).

E’ questa l’infantile competitività che per molti diviene motivazione sferica del vivere: nel lavoro, negli affetti, nel sapere e nell’agire, io sarò meglio di te.
E’ infantile poiché ci ricorda il righello che i ragazzini usano per misurarsi e confrontarsi il sesso, è infantile poiché paragonabile alle sfide che gli adolescenti affrontano con l’avversario nel virtuale mondo dei videogames.
I won, you lost: vivere motivati dall’attesa di un titolo del genere al fondo dell’esistenza è, a mio parere, una scelta vuota come la carcassa di un rettile post-muta.
Fragile apparenza.
Propellente che lavora male, non arricchisce, si limita ad inquinare: è motivazione inefficace e controproducente.

Step 2. Io, me ed il nostro continuo miglioramento. (ovvero – la motivazione è in te).

Par scelta più ragionata quella del confronto interiore tra ciò che si era, si è, si diverrà.
Qui il cammino diviene privo di un traguardo poiché la meta è continuamente spostata in avanti (dunque concretamente irraggiungibile): si cammina probabilmente per il viaggio in sé o, forse, si fatica per sfiorare con effimera soddisfazione un obiettivo che poi verrà da noi stessi riposizionato, semplicemente, oltre.
Pur svestendosi della becera competitività dello step 1, qui restano comunque altre problematiche da risolvere.
La prima, di natura morale, ci porta a chiederci quante regole si possano infrangere in nome di questo personale cammino di crescita e miglioramento.
Ci domandiamo allora quanto sia giusto, metaforicamente, sporcarsi le mani spingendosi verso comportamenti al limite del lecito (sperando nella perenne distrazione di un arbitro che, presto o tardi, saprà comunque presentar il conto del nostro malfatto).
Insomma, pur apparentemente più ricca e matura, anche questa seconda scelta motivazionale mostra, ad un’analisi più attenta, alcune criticità.

La debolezza principale di questo modo d’agire, tuttavia, risiede nel fallimento delle teorie superomistiche: Nietzche lo contestualizziamo con distacco nel tempo in cui è vissuto, separato dal presente da una parentesi di 100 anni e più.
Questo non è più il tempo del superuomo, poiché scegliendo di affrontare continuamente i propri limiti (trovando in sé le motivazioni del vivere e dell’agire) ci si accorge che tali motivazioni non sono più sufficienti.
Il cuore del superamento d’una sfida con sé stessi, osservato senza alcun preconcetto e con intenso interesse, non rivela scopo alcuno.
L’arricchimento è effimero e va a prender forma in un vivere che ha durata a noi incognita: è, quindi, quasi paradossale.
In conclusione, anche se può sembrare blasfemo e sragionato, il self-improvement ha fatto il suo tempo: non ha nulla, in sé, di reale, concreto o duraturo (ma è necessario osservarlo a lungo, con pazienza e consapevole attenzione, a tratti con amorevole distacco, per rendersene conto).

Step 3. Equilibrata astrazione tesa verso princìpi non terreni. (ovvero – la motivazione risiede in un concetto intangibile che non è il superamento del tuo vicino o il superamento di te stesso – e lì, in quel concetto intangibile, la motivazione stessa perde utilità e scompare).

Con equilibrio (e senza fretta alcuna) è necessario svincolarsi dagli inganni che la realtà pone di fronte ai nostri occhi ed al nostro vivere, lasciandosi alle spalle questa sottile e sterile tela bidimensionale che è l’ingannevole apparenza.
Aperto un varco nella tela e superato questo impuro intreccio di fibre, ci si trova immersi in uno spazio sconfinato di serenità interiore: è un qualcosa sospeso oltre la concretezza di ciò che è terreno, e non viene dunque alterato dalle insidie del quotidiano scorrere.

E’ necessario riuscire ad individuarlo oltre il chiasso dell’odierna società, raggiungerlo, vestirlo come fosse un intenso profumo perenne che impregna il nostro essere.

Giunti là, ci accorgeremo forse che di motivazioni (concrete o meno che siano) non vi è più bisogno.
Giunti là, non potremo fare a meno che essere in armonia.

Essere Armonia.

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