A picco sul mare.

Era, anche allora, l’inizio della Primavera.

Il mare a metà Febbraio:
le giornate già miti,
il piacere d’una carezzevole brezza sui nostri visi.
Gli alberi impreziositi dalle loro gemme,
i germogli già in fiore.
I profili sinuosi delle verdi colline contrapposti alle asperità taglienti delle scogliere.
(A picco, sul mare).
La spensieratezza del nostro discorrere:
il piacere della condivisione,
del girovagare tra i vicoli stretti senza una meta per poi ritrovarsi in riva al mare.

Ricordi come, per me, ogni istante avesse una sua ben precisa colonna sonora?
Ricordo la tua capacità di ascoltare: me, i nostri silenzi, quella colonna sonora.
Ricordo la tua capacità di saperti prendere i tuoi spazi: d’esser piacevolmente presente, mai invadente.
Ricordo una cena a base di pesce e vino bianco, il tutto smaltito sorridendo tra i vicoli e le contrade d’un piccolo borgo già assonnato.
(Ancora non ci sono turisti, al mare di metà Febbraio).

Colori, suoni ed aromi danno Vita a ricordi che giungono a flutti,
a ondate,
proprio come in riva al mare.

(Viaggiare ci regala l’illusione d’un mondo che si fa piccolo
quando in realtà sono i sentimenti ad amplificarsi, variando le prospettive).

Questo passato sembra davvero così vivo, ora.
Qui, nel presente, io sono ancora là sulle scogliere che vanno a picco sul mare.
Qui, nel presente, sono a chiedermi se quel confortevole, avvolgente, morbido senso di protezione lo possa ancora provare.

Ho una lista di cose da fare, prima d’andare.
Poche piccole cose che per me hanno un’importanza grande, profonda come il mare.
Ho una lista di cose da fare e, tra queste, c’è anche il desiderio di tornare là.

A picco sul mare.

 

Altrove.

“Oggi ho messo la giacca dell’anno scorso, che così mi riconosco.
Ed esco.”

Nonostante sia Domenica, chi è uscito incontro al freddo clima autunnale pare andare di fretta.
A lato strada si parla poco, si accelera il passo.
Per strada si accelera e basta.
Nonostante non sia ancora Ognissanti, c’è chi già pensa al Natale prossimo.

Le ore pomeridiane si fanno presto buie: dalle finestre delle case, fioca, s’irradia luce artificiale.
Le ore pomeridiane si fanno presto buie e, al silenzio della strada, sovrappongo dialoghi che immagino possan prender vita al di là delle finestre appannate.

Una coppia di mezza età discute in cucina di pietanze che ben riescan a soddisfare le esigenze degli ospiti.
Bambini inventano storie per noi irreali, avvolti nelle morbide coperte delle loro camere da letto.
Adolescenti sprofondano in comodi divani, in salotti dall’arredamento rustico, in case che presto non saranno più loro ma di cui manterranno sempre vividi ricordi.

Camini fumanti al di sopra di abitazioni che, contrapponendosi al clima qua fuori, si fanno sempre più calde ed accoglienti.

“Ho deciso di perdermi nel mondo:
anche se sprofondo, lascio che le cose mi portino altrove.
Non importa dove.
Altrove.”

Nell’aria gelida, poco sopra l’asfalto bagnato, foglie multicolori s’alzano in volo e scivolano via silenziose.
Rari passanti nascondono dietro sciarpe e cappelli la loro eccessiva riservatezza, la loro poca propensione ad un qualche tipo di interazione.
Negozianti s’affaccendano augurandosi sia presto l’ora di chiuder bottega, augurandosi di poter a breve anche loro accelerare il passo verso casa.
Al parco giochi è freddo il vento e le mamme ritirano i bambini verso il focolare: resta uno sparuto gruppo d’adolescenti ad ingannare il Tempo con abitudini poco salutari.

“Che nell’incosciente non c’è negazione.”

Ripenso al me bambino: anche per me era questa l’ora, in questo periodo dell’anno, per rincasare.
Ripenso al me adolescente: anche per me era questa l’ora, in questo periodo dell’anno, per attardarmi con i coetanei, ingannando talvolta il Tempo con abitudini poco salutari.

Guardo all’uomo che sono diventato e, nel silenzio di questa buia stradina, scorgo ben definiti i miei lineamenti: le rughe delle mie risa, quelle dei miei pianti.
Mi sporgo sulla soglia della commozione ma ancora sorrido, scrutando i miei difetti e le mie qualità.
Avverto un frammento di soddisfazione al pensiero della strada fin qui percorsa: poiché quella resta, al di là di tutto.
Quella resta, al di là degli inciampi e delle cadute.

 

“Svincolarsi dalle convinzioni, dalle pose e dalle posizioni.
Un ultimo sguardo commosso, e chi s’è visto s’è visto.”

 

In corsivo, estratti dal brano “Altrove” di Morgan – (Marco Castoldi)

Colori ad acqua.

“You’ve got a lot of feelings
That keep your hands and treasures warm”.

Ci si accorge d’esser cambiati anche nel momento in cui i maestri e le fonti di ispirazione che per anni ci hanno accompagnati cessano di esserlo: forse abbiamo solo affinato la vista, divenendo più esigenti, attenti, cauti.

E’ toccante ed eloquente, accorgersi d’esser cambiati: accorgersi d’esser cambiati ed avere il Tempo e la Pace necessari per farsi consapevoli.

Interrogarsi sulla polvere di battaglie passate, chiedersi se avessero un senso se oggi gli stessi compagni d’armi sono immagini lontane che è difficile mettere a fuoco: se lo stesso campo di battaglia ha mutato colori e profumi, se le nostre stesse prospettive hanno differenti inclinazioni.

Le nostre prospettive, le loro differenti inclinazioni: come in un caleidoscopio che è possibile ruotare in un sol verso, per cui ogni movimento va soppesato con cura, affrontato con pazienza, osservato con sufficiente distanza.
La rotazione in senso opposto non è infatti possibile e, se anche lo fosse, non ci restituirebbe i colori e le forme della persona che siamo stati.

“You’ve got a lot of feelings
That keep your hands and treasures warm”.

Ci si accorge d’esser cambiati anche nel momento in cui riusciamo a mantenere, al di là del Tempo, chiari e luminosi punti fermi: sono le coordinate che ci consentono di studiare la nostra dinamica mantenendo ordine nella metamorfosi, evitando che quest’ultima diventi un caos insignificante.
Pochi, definiti, intensi e vibranti punti luce per acquerelli liberi da cornici: dipinti che, proprio per questa loro libertà, non possono sottrarsi ai mutamenti climatici ed imparano quindi a riorganizzare i loro colori e le loro forme, conservandone il significato.
Mutamenti climatici che sanno lasciarsi apprezzare: come la pioggia che, fresca e lieve, in una calda giornata d’estate impercettibile giunge.
Come la pioggia lieve e costante che impercettibile giunge e, con una certa perseveranza, continua per ore a scivolarci addosso: continua, per ore, a giocare con i nostri colori ad acqua lasciandoli fluire sulla tela.

Tornerà poi il Sole, caldo e arido, a fermare la danza dei pigmenti ridefinendone le forme.

Tornerà poi il Sole e resterà sufficientemente a lungo per asciugare la tela,
per permetterci di osservare chi, oggi, siamo diventati.

“You’ve got a lot of feelings
That keep your hands and treasures warm”.

In corsivo, citazione dal brano “Lady Jessica and Sam” di Hope Sandoval and the warm inventions (Hope Sandoval)

Il peso specifico della Cellulosa.

Una folata di vento, in quest’autunno sfuggente: una folata di vento per mettere ali alle pagine di calendari che non si trattengono mai a sufficienza.
S’accartoccia la cellulosa, lieve si lascia sollevare dai rèfoli d’una brezza che ha viaggiato attraverso le stagioni e che, ora, di quelle stesse stagioni si vuole avidamente riappropriare: si divincolano i mesi, come farfalle vogliose di librarsi al di sopra di bozzoli che più non hanno ragion d’esser.
Si divincolano i mesi, fuggono via veloci: si fanno piccoli in lontananza, come palloncini lasciati qualche istante di troppo tra le mani d’infanti disattenti.

S’accartocciano e volano via inesorabili, i fogli dei nostri calendari: danzano con le foglie dell’autunno, con i fiocchi di neve dell’inverno, con i pollini della primavera.
Danzano e si librano leggiadri i mesi del nostro vivere, innalzandosi al di sopra delle stagioni: ancora scompaiono lontani, in dissolvenza, nella fugace spensieratezza dell’estate.

Restano i profumi dell’adolescenza e riecheggiano degli adolescenti le chiassose risate: a grandi morsi e con ingordigia divorano le prime libertà di un’esistenza ancora irresponsabile.
Si sfalderanno presto le loro amicizie: come le pagine dei nostri calendari si svincoleranno le une dalle altre per disegnare nell’etere traiettorie sfuggenti.
Immutata resta l’intenzione di fermare l’intangibile sentire del presente: un fotogramma che ancora si possa stampare, in quest’era digitale.
Una fotografia, una pagina di un libro, una traccia tangibile: la nostra poetica, inchiostro su cellulosa per dirci che abbiamo vissuto, che abbiamo preso parte ai giochi, che ci siamo innamorati e che ne abbiamo sofferto.
Il nostro soffio vitale, impresso su un supporto materiale, a dirci che abbiamo saputo crescere e compiere scelte: che abbiamo saputo gioirne e che abbiamo saputo volerci particolarmente bene, quando serviva smorzare il rimorso.
Il nostro soffio vitale: che non si confonda con quell’effimera brezza che continua a render obsoleti i nostri calendari, voltandone le pagine sempre troppo in fretta.
La nostra poetica: un’impressione che resti, al di là di tutto.
Un’impressione che resti, che impregni la cellulosa rendendola troppo pesante per farsi trasportare dall’incoscienza dei venti, dei mesi, delle stagioni.
La nostra poetica: un’impressione che resti, al di là del Tempo.

“The sun is far away: it goes in circles.
It is burning, into the thin air.”

In corsivo, citazione dal brano “Eos” degli Ulver – (Jørn H. Sværen, Kristoffer Rygg& Tore Ylwizaker)

Di flora & fauna.

“Cool kids never have the time”.

Viola inciampa, vacilla, atterra:
come avesse ancora dodici anni, le calze al ginocchio e le ginocchia sbucciate.

Viola sembra non avere un’età:
come una clessidra in assenza di gravità fluttua nella confusione del tempo, leggiadra si disperde nel disordine dello spazio.

Viola è l’infante che ancora non ha concezione temporale alcuna ed è l’anziana che sceglie di non curarsi delle primavere, piuttosto che contarle.
Pare aver sessant’anni Viola, quando con la stanchezza della donna vissuta s’affaccia al mondo: come ormai non temesse più nulla, nuda scivola in abitazioni spoglie lasciandosi avvicinare da passanti di cui presto perderà memoria.
S’illude d’esser arrivata: Viola, che in realtà non sa neppure verso quale direzione si stenda la linea di partenza.
Dice d’aver raccolto innumerevoli esperienze: come fossero conchiglie setacciate sulle rive di mari lontani ne fa mostra con orgoglio e, nel bagliore d’un istante, capisci che vorrebbe liberarsene piuttosto che condividerle.

Viola vorrebbe essere ancora adolescente: per carezzare la sopita consapevolezza, tipica d’ogni adolescente, che ti conforta sussurrandoti d’aver ancora tutta la Vita davanti.
Vorrebbe ancora poter costruire tutto e farlo con l’inesperienza, la spensieratezza e l’incoscienza di chi non ha mai costruito nulla.

“We were sure we’d never see an end to it all”.

Viola è sfuggente nel ricordo ma presente nell’immaginazione:
non si può che dipingerla serena, nel silenzio della stanza, mentre osserva impotente le accese cromie dei suoi petali lasciar spazio all’innocenza del bianco.
E’ un cambiamento che profuma di rinascita e lei, inebriandosi in questo pensiero, sorride con levità a chi ancora ne scrive.

“The street heats the urgency of now
As you see there’s no one around”.

In corsivo, citazioni dal brano “1979” – Smashing Pumpkins (William Patrick Corgan)

 

Tangenti.

“La parola tangente viene da tangere, cioè toccare.
L’idea intuitiva di una retta tangente a una curva è quella di una retta che tocca la curva in un sol punto, senza tagliarla”.

Eludendo la noia dell’augurio più prevedibile,
vorrei sapere del tuo Natale.
Nel silenzio del tuo sguardo desidero percepire quanto l’intensità di questi anni ti abbia cambiata:
come sei diventata donna?
Come, madre dei bambini che non abbiamo avuto mai?
Dimmi dell’ineluttabilità di ciò che non sei riuscita ad evitare:
non fingere sulle aspettative sublimate e, te ne prego, non tralasciare dettagli mentendo sulla loro rilevanza.
Non temere la trasparenza,
poiché innanzi a me sei già spoglia di quelle protezioni che ancora vorresti a tua difesa: accetta con gratuità il fatto che qui, nell’abbraccio di questa stanza, nulla potrà mai sovraesporre la tua pelle candida.

“This feeling begins just like a spark,
tossing and turning inside of your heart.
Exploding in the dark.”

Dimmi dunque di questo Natale:
con grazia fai che io colga, qui nel silenzio, la bellezza di ciò che gli anni lontana da me hanno saputo donarti.
Scivola con naturalezza nei dettagli e ricostruisci con accurate metafore il tuo vissuto: inizia da quel primo Natale che non abbiamo condiviso,
lasciati trasportare da un conversare trascendente che non ometta nulla neanche degli altri nove.
Guardami rapito dall’estasi della Vita che non abbiamo costruito e sorridi a quest’incanto che ci fa ora tornare piccoli, ingenui come infanti nel tentativo di ricucire i lembi d’una stoffa ormai logora dal Tempo.
Inebriami con l’emotività del tuo raccontare,
ammaliami con questo tuo desiderio di condivisione: incantami ora e dilata quest’attimo, poiché sento ormai alle porte la sterile consapevolezza del tuo non esser più qui.

“There was a reason I collided into you.
Reaching for you from the endless dream:
so many miles between us now, but you are always here with me.

“You are always here with me.”


Citazioni in inglese dal brano “Here with me” – Robert Koch / Susie Suh

 

Villa con piscina.

C’è, in cima alla collina, una villa con piscina:
è abbracciata da un bosco di castagni e, sulla superficie limpida della sua vasca, si riflettono ora i colori infuocati dell’autunno.

Nell’incontaminato silenzio che ci avvolge,
l’acqua della piscina appare come una fredda tela in cui Madre Natura mescola con cura acquerelli infuocati: è toccante metafora di Stagioni che s’intrecciano,
è il ricordo dell’estate su cui lievi galleggiano le lacrime dell’autunno.
Calde tonalità ondeggiano sul profondo turchese: come in armoniosa danza l’acceso giallo e l’intenso rosso si confondono su quella distesa pervinca e noi, ammaliati dall’intensità di quel contrasto che ci accarezza il cuore, torniamo piccoli e fragili come non mai.

Tutt’intorno nient’altro che il saliscendi sinuoso dei profili collinari, la fragile purezza di una Natura ancora vergine: a guidare i nostri passi è l’immaginazione d’un sentiero quasi invisibile che si snoda, s’aggroviglia, e (mimetizzandosi tra i frutti dell’autunno) ci conduce in comunione profonda con la vacuità d’una landa sperduta.
Qui giunti, sappiamo sentirci a casa.
Qui possiamo finalmente ritrovare noi stessi, dimenticando la via del ritorno.

Tutt’intorno,
silenzio.

“Run my child, run, yet I’m whispering, yelling “Come back!”, ‘cause the creatures of night cannot steal from your eyes what you’re feeling Inside.”

In corsivo – Christabel – “Leaves Dance”

Sarebbe fantastico.

Avere un figlio ed accudirlo con tutto l’Amore di questo cuore, senza mai occultarlo alle asperità dell’esistenza.
Avere un figlio ed amarlo quando stravolgerà quell’immagine che avevi dipinto per lui ancor prima di concepirlo: avere un figlio ed abbracciarlo così, al riparo da quel lampo esiziale che ti folgora per un secondo con il desiderio di non esser divenuto padre mai.

Saperti scuotere dallo sconforto di questa tua stasi nauseabonda, urlandoti ad un centimetro dal volto le affinità che con caparbia ostinazione continui a non voler riconoscere.
Dipingere per te il quadro che avrei dovuto dipingere con te, ungendoti con l’olio dei colori per farti consapevole di quanta Bellezza tu stia quotidianamente sprecando.
Vederti sorridere, in fondo.

Respirare la piena libertà di esprimersi con parole non filtrate da deleterie regole sociali: divenire finalmente trasparenti, lasciandosi trafiggere dai raggi solari senza più portar ombre in questo Mondo.
Parlar d’amore, d’odio, di pena e ammirazione superlativizzando i sentimenti ogni qual volta se ne senta il bisogno: per non celare mai più palesi verità di re ignudi, per mai più mentire

Permetter ad una canzone di fermare il Tempo, trascinandoci giù nel profondo del Vivere: lontani dalla superficie i colori si fanno più intensi e timidamente si schiudono, innanzi ai nostri occhi, germogli d’indicibile rarità.
Lasciarsi rapire da questo incanto per impressionare la carta con le suggestioni dettate al bambino che è in noi: un infante così recettivo ed empatico, così vitale, fragile e coriaceo da zittire e sbaragliare in un soffio la quasi totalità dell’esperienza adulta.

Svegliarsi all’alba di una piena indipendenza, di una radiosa mattinata senza vincoli per assaporare il lusso di non far assolutamente niente.
Fissare il quotidiano cammino del Sole che immobile tende a ponente, scrutare e gustare ogni secondo di quell’instancabile viaggio per poi socchiudere gli occhi a meta raggiunta: centellinare con godimento giornate così, nella consapevolezza che si è fatto tutto quando l’apparenza si limita alla statica nullafacenza del nostro corpo immoto.

Sarebbe fantastico,
respirare così.

“Ritrovarti in capo al mondo e, nel tuo modo di vedere le cose, sentirmi a casa mia.”

Citazione in corsivo dal brano “Lavorare stanca” – Il teatro degli orrori (Batelli Marcello Maria / Capovilla Pierpaolo / Laca Kole Mirai Gionata / Ragno Favero Giulio / Valente Francesco)

 

Sempiterno Sole, sorridi.


E’ una questione di qualità: la tua presenza rassicurante ed ipnotica m’affascina.

Scalpita, come un infante che viene alla Vita, il desiderio di scriverne: è l’intensità del vissuto che così esplicita il suo amorevole vagito.
Io sorrido con levità alla mia incapacità di fare altro, in quest’istante trafitto dall’intensità del Sole che torna tra le nubi:
istante vivido,
intriso dei tuoi profumi,
invaso dall’essenza vitale che in me scorre ad ogni tuo abbraccio.
Permango quindi nel bozzolo di questa sospensione voluttuosa,
abbandonandomi con la serenità d’un sorriso all’alta marea dell’ispirazione:
parole d’ambra si riversano su questi lidi, sospinte dalla profondità dell’emozione.

Ovunque intorno a me, scorre come acqua la tua nitidezza.

In questo fluttuare metafisico lascio scivolare ricordi che si fanno inutili,
poiché anche se non sei più qui è così intensa e reale la percezione che ora ho di te: è estatica bellezza che imprevedibilmente hai saputo donare, con complice gratuità.
E’ qui, con me, la radiosità del tuo sguardo:
l’ardore del mio, mentre accarezza i tuoi fianchi.
Sei qui.
Sono qui.
Siamo qui.
E’ qui l’incontenibile bene che vorrei saperti donare:
che la Vita possa quindi sorriderti come ti sorridevo io mentre lasciavo che i miei sensi venissero pervasi, inebriati, dalla tua presenza.

Tu lasciati consegnare al mio tentativo migliore di dare lustro alla tua dolorante dolcezza.

Viaggia nel Sole, in quella stessa esplosione di luce che ora sta deflagrando le nubi: non ci sarà inverno, quest’anno.
Resta nel Sole, quello stesso che ci ha sorriso in riva al mare, mentre giocavamo (spensierati come infanti) a farci cullare dai flutti.
Sorridi, sorridi ancora in questo mio sorriso commosso, in questa mia gioiosa radiosità stracolma di gratitudine per ciò che è stato: qui sei tu.
Qui, il tuo sorriso nel mio.
Oggi, domani, sempre.

Oggi vedo te in tutte le cose, proprio come se ogni cosa avesse tutte le tue qualità.

[In corsivo citazioni dal brano “Canzone sensuale” – Marlene Kuntz, Cristiano Godano]

Le stanche suggestioni.

Le stanche suggestioni si rotolano su fianchi mai scoperti: non s’arrendono alla levità delle loro voci, non s’arrendono e perseverano fino a che non saranno riuscite a scuoterci dalla nostra stasi (non così comoda, eppur ammaliante).

Le valigie che non avremmo disfatto mai: il peso dei viaggi che abbiamo affrontato obtorto collo, come un paracadutista vertiginoso privato della possibilità di ripensamenti, nell’attimo in cui mani possenti ed invisibili lo colpiscono alle spalle con irreversibile intensità.

I sogni, che con costanza senza Tempo sgretolano le nostre illusioni mettendoci faccia a faccia con le nostre deficienze: i desideri che avrebbero potuto concretizzarsi, portandoci lontani dalle sponde di questa mattinata insipida.

I ricordi che mutano in voglie indicibili per risolversi in realtà troppo brevi, soprattutto ora che è estate e che le sveglie sanno non suonare mai: siamo nel silenzio dell’alba, abbagliati dai luminosi colori delle nostre vivide impressioni.

Le stanche suggestioni, aggrovigliate alle vivide impressioni: questo è quanto ci resta al risveglio, ed è abbastanza per metter in moto sequenze di parole sui tortuosi tracciati scoscesi delle nostre sensibilità.

Le stanche suggestioni, sui nostri corpi apparentemente riposati.

Le stanche suggestioni, tra lenzuola stropicciate.

 

Passeremo minuti ed ore nell’ardore più complice,
amorevole amore illuso sillaberemo le coccole.

Citazione in corsivo dal brano “Poeti” – Marlene Kuntz (Cristiano Godano, Riccardo Tesio, Gianluca Bergia)