Come cerchi concentrici.

„Ti porto con me“ dissi smorzando sulle ultime sillabe la convinzione, quando fece presa in me il dubbio che forse non mi avrebbe capito.
„Ti porto con me“ ripetei forse troppo tardi, quando più non sapevo se mi avesse potuto sentire.

Parlavamo in fondo lingue diverse, senza mai averne condivisa alcuna: parlavamo due lingue diverse, due tra i sette miliardi di lingue che incrinano la quiete di questo pianeta.

„Ti porto con me“: ci riprovai con le parole, con lo sguardo, facendomi a lei più vicino.
Diminuendo le distanze affinché avvertisse al suo fianco la mia presenza, lasciando tra noi abbastanza spazio affinché non scordasse d’esser libera.

Per Dio.
Per Dio, fosse stata l’ultima cosa da fare prima di chiudere gli occhi le avrei donato la certezza di non esser sola: la sicurezza d’esser capita, compresa, accettata e rispettata.
In confezione pregiata le avrei offerto la consapevolezza che esista qualcuno a cui possa cedere i diamanti delle sue paure, qualora diventassero troppo pesanti da trasportare.
Qualcuno a cui lasciare i diamanti delle sue paure, qualora le loro asperità divenissero troppo taglienti da gestire.

Come avesse intuito il mio desiderare,
come volesse accettare il mio dono,
nella fredda brezza d’una notte di tarda estate si strinse in sé stringendosi a me.

Si fece piccola, poggiandosi sul mio respirare.
L’abbracciai lievemente, lasciando scivolare le mie dita sulla seta del suo vestire, intuendo ad occhi chiusi la profondità del suo sospirare: le definite prominenze del suo costato, la discesa verso la quieta depressione del suo ventre.

Dal limitare del bosco, come un plotone aereo schierato a difesa, un nutrito gruppo di lucciole si levò ascendendo per vie perfettamente verticali: salendo parallele ai nostri corpi esposti e tremanti parevano osservare curiose il nostro sentire, pronte ad un attacco che non sarebbe avvenuto mai.

Alle nostre spalle, un centinaio di piccole luci pulsanti.
Sulle nostre spalle, lo scalpitare d’una brezza sempre più nervosa ed insistente.

Inspirò a fondo, come potesse così imprigionare i venti e calmare le correnti.
Come se i suoi polmoni fossero grandi, così grandi da contenere e smorzare la brezza: così grandi, grandi quasi quanto il suo cuore.
Trattenne il respiro, come volesse scorgere le capriole del mio cuore, là sotto il suo.
Espirò lentamente, a lungo, come volesse liberarsi da tutte le altre paure: tutte quelle che neanche io avrei saputo gestire, tutte quelle da cui avrebbe voluto proteggermi.

Le lucciole indietreggiarono gradualmente, diluendo nel buio del bosco la vitalità del loro lampeggiare.

I nostri corpi si chiusero su sé stessi, come cerchi tendenti ad un centro condiviso: in armonioso movimento, cercando d’aumentare l’intersezione ma evitando la perfetta sovrapposizione, come a non turbare le proporzioni di quel leggiadro ondeggiare.

Sul giungere del candore della luna si spensero le risa di giovani ormai lontani, satelliti d’altri pianeti.

Sulla sinusoide del nostro respirare ci lasciammo trasportare: a dita intrecciate, come quelle degli amanti.
A dita intrecciate, con la gioia nel cuore di chi non sa dove andare.

„Ti porto con me“ espirò, nel breve istante in cui i cerchi si fecero concentrici.

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