Effetto Placebo.

One fluid gesture, like stepping back in time.
Trapped in amber, petrified.

 

Avverto questa sensuale attrazione per l’evoluzione differente che le nostre Vite hanno saputo sviluppare.

Di quell’impercettibile punto di contatto che ci ha visti così vicini decenni fa oggi resiste il tuo ermetico scrivere sulla rete sociale, spesso in didascalia di scatti che hai saputo partorire nelle tue traversate intraeuropee.
Ed io, a distanza di così tanti anni, ancora mi chiedo se ad accompagnarti nel tuo viaggiare sia oggi la stessa musica che ci aveva uniti allora, seppur (mi sento di ribadire) con effimera impercettibilità.

C’è in me il desiderio di comprendere come tu abbia maturato la tua sensibilità, politica oltre che artistica: vorrei risolvere gli intrecci carnal-psicologici che ti hanno portata a scegliere i tuoi compagni di viaggio, quelli nuovi, al tuo fianco dalla stagione in cui i contatti tra noi si sono sfilacciati come trame di stoffa stanca, sfibrata, con eccessiva intensità vestita.

Vorrei giungere alle tue labbra per arricchirmi di risposte, lasciandomi poi da loro guidare verso l’imprevedibilità del Tempo che sapremo condividere (e che, per ora, viviamo solo nella mia iperattiva fantasia).

Sulla conclusione del pensiero, in lenta dissolvenza, percepisco infine l’inutilità di queste mie volontà: ri-conoscerti ora non solo non avrebbe lo stesso aroma del Tempo che fu, ma probabilmente lascerebbe l’intangibilità dell’Essere permeata d’indesiderabili fragranze.
Questo è il realismo che chiude il varco con il quale, oggi, sei tornata inconsapevolmente a trovarmi.

Ed in ultimo, prima di slegare completamente l’Emozione, osservo ancora i fotogrammi digitali che pubblichi in rete e credo (sogno-mi convinco con beatitudine) che ancora sarebbe tutto come allora.

E proprio come allora, riprendo quel vecchio cd dei Placebo lasciato in pausa dagli anni ’90 e da lì lo faccio ripartire.
Le coreografiche danze sono i nostri corpi adolescenti che ancora si lasciano emozionare da quelle note,
che ancora sanno riconoscersi ed innamorarsi con la stessa genuina e sensuale spontaneità.

Ed è questa la sensazione di leggiadria che m’accompagnerà da qui, negli anni a venire.

 

 

In corsivo, breve citazione di Teenage Angst dei Placebo – (STEFAN OLSDAL, BRIAN MOLKO, ROBERT SCHULTZBERG)

Apologia dell’asociale.

Il solitario
in assenza di loquacità
siede pensoso al limitare della realtà
accavallando le sue lunghe gambe.
Si tocca il mento e si schermisce alla gestualità
di chi sta accanto e lo incomoda.

Inizia con una A ammonitrice l’aggettivo che viene spesso associato, con provocante negatività, a chi mantiene comportamenti che amano posizionarsi al di fuori dei rigidi standard tracciati dalla mediocrità.
L’impossibilità di assumere configurazioni che sappiano insinuare le loro geometrie tra la social-rigidità è marchiata con quella AContinua a leggere…

Standing there (where Time has stopped).

“Secrets in here
claim no belonging”

Nell’impossibilità del contatto reale ci beiamo ad occhi chiusi,
(immaginando) che quello percepito al di là dei sensi possa essere un possibile efficace surrogato,
di quelli senza effetti collaterali o indesiderate sorprese.

Oltre il mutare delle Stagioni ci resta la consapevolezza del nostro immobile attendere:
così ci illuderemo di avanzare nella stasi di memorie condivise che mai sfioriranno,
accompagnandoci tra la solitaria sequenza di eventi che lambirà i nostri fianchi.

Il persistere del ricordo amplificato della percezione extrasensoriale:
questi i testimoni
(gli unici)
che possiamo ora condividere.

Così è e sarà,
fino a quanto il Tempo non tornerà a scorrere prosperoso,
come linfa diretta verso opportunità che si incastreranno alla perfezione nell’affinità delle nostre ritmiche.

“A choice has been turned down
Emptier Still”

Nota: nel virgolettato due brevi estratti da “Emptier Still” – Dark Tranquillity, dall’album Haven, 2000.

Souvenirs d’un autre monde.

D’où je viens le temps n’existe pas,
Les secondes deviennent des heures,
Les années de courts instant.

Nel lento torpore del risveglio avverto l’avvolgente suono di chitarre che mi circuiscono con tagliente trasversalità:
melodie scivolatemi tra le mani chissà quanti autunni fa che là mi riportano,
nell’incoscienza di questo loro inatteso ritorno in un pomeriggio sospeso
tra rilassanti cure dell’Io e frenetiche spirali d’impegni,
tra Estiva spensieratezza e Autunnale malinconia.

In questa sua fluttuante non appartenenza, il pomeridiano risveglio viene vissuto senza passato né futuro ed al di là del presente,
coadiuvato da colonne sonore che, sorprendendomi, sanno ancora trovare le vie per lasciarsi ascoltare:
così fanno con apparente casualità, insinuandosi tra polvere e ricordi,
tra tutto ciò che con gli anni abbiamo pianificato con chirurgica meticolosità
ma cheContinua a leggere…

Agorafilia di parole.

“Sono stufo di quello che le parole dicono
quando son l’evidenza di un immacolato buon senso comune”.




E’ come se qui non ci fosse abbastanza spazio: le parole scelgono allora di vestirsi d’elegante inchiostro corvino per scivolare via su ruvida carta,
non riuscendo a trovare i modi per la mutazione digitale che ha il suo delta sulle intangibili spiagge del web.
Ed è su quelle spiagge che, scavalcando l’apparenza, ci si accorge che lo spazio non è sufficiente per parole che amano riprodursi nelle sconfinate distese della mente:
tenendola occupata anche nelle ore meno gestibili,
spingendola verso la concretizzazione su anacronistica cellulosa che si stende con sensuale disponibilità per accogliere il liquido parto della mente creativa.
Nell’astrattezza del dedalo di connessioni a bassa latenza lo spazio è mal gestito,
troppo densamente popolato:
l’intimità d’uno scrivere che pare autoalimentarsi ha bisogno in primis di una pausa in luoghi sicuri e conosciuti,
affidabili quanto le pagine del nostro più caro diario.
Lì tra quelle pagine la scrittura giungerà a maturazione, arricchendosi come il più pregiato degli spiriti: potrà così privarsi del suo supporto e fluttuare senza peso in ogni mezzo, soffermandosi nel cuore d’aspiranti esteti che ancora, probabilmente, non sanno d’esserlo.


“L’umano fracasso contamina il fiato dell’universo”.





Nota: nel virgolettato in apertura parte del testo di “Sacrosanta verità”, brano dei Marlene Kuntz pubblicato sull’album “Senza Peso”, 2003.
In chiusura ancora Marlene: “Canzone ecologica”, da “Uno”, 2007.

Se incontrassi la Capotondi.

“And we laugh like soft, mad children”

Se incontrassi la Capotondi mi introdurrei in lenta dissolvenza, scivolando con eleganza tra gli impegni che le riempiono il vivere (e, con umiltà, non mi lascerei sfiorare dal pensiero di divenir anch’io uno fra quelli).
Lascerei sublimare le presentazioni di rito, privando il dialogo degli usuali vincoli e porgendolo a lei con generosità: questo farei, per lasciarle trovare lo spazio che più le si addice, quello in cui mettersi a suo agio, in cui lasciar vibrare con naturalezza il suo spirito.

Se incontrassi la Capotondi mi porrei in uno stato di sereno ascolto in cui anche il Tempo desisterebbe, sommerso dal fluire di sensazioni guidate da correnti d’empatia.
Cercherei di intuire se, nel suo quotidiano esistere, si lasci accompagnare da umiltà: se così fosse le donerei la mia stima, confezionandola con apprezzamento per nulla appariscente.

Se incontrassi la Capotondi la porterei ove è Natura e, con rispettoso distacco, aumenterei la consapevolezza usando l’olfatto, separando il suo Aroma da quello sconfinato dell’oceano e dei suoi flutti, cercandola tra la pungente essenza delle conifere d’alta quota.
Proverei un certo timore nel vederla correre scalza tra fili d’erba ornati di rugiada, perché se così facesse mi troverei nell’affannosa ricerca interiore di parole atte a descrivere tale Bellezza.
Se dovesse poi tuffarsi nella voluttà d’un campo fiorito le porgerei probabilmente un brano tipo Genius Next Door della Spektor e, vedendola sorridere con levità
(come fanno i bambini nella scoperta di inaspettate e piacevoli novità)
capirei che il suo apprezzamento s’accorda sulle armonie del mio.
A quel punto, sì, potrei dirle che è la donna più bella che io abbia mai visto
(la più affascinante ch’io abbia mai visto recitare)
poi, ormai privo di peso, fluttuerei nell’intorno osservando, apprezzando, accettando ogni sua possibile reazione.

La Bellezza raggiunge talvolta inimmaginabili capacità, straripando al di là d’ogni possibile sovrastruttura, chiedendoci così d’esser esplicitata, condivisa, venerata.
Con umile inevitabilità.

“And we laugh like soft, mad children
smug in the wooly cotton brains of infancy.
The music and voices are all around us.”


Cristiana Capotondi, che ha inconsapevolmente ispirato questa mia notturna divagazione, è un’attrice italiana venuta al mondo in quel di Roma, pochi mesi prima che nascessi io.
(Nel virgolettato parla Jim Douglas Morrison – porzione di poesia usata in seguito, dal resto dei Doors, in “The Ghost Song”) .

Strawberry.

“E’ semplice vivere ad occhi chiusi,
fraintendendo tutto ciò che vedi”

In un passato incapace di divenire remoto,
con adolescenziale disinvoltura
(malcelata timidezza!)
abbiamo mosso i nostri eleganti passi tra le insenature di portici decisamente inflazionati, senza mai stabilire alcun legame definito.
Ti ricordo sicura nella scelta del locale in cui trovar ristoro,
infastidita da evidenti affinità che continuavi a voler negare anche a te stessa:
così sei sopravvissuta nel mio notturno rimembrare, quasi privo delle usuali malinconie.
Riesco ancora a sentire i Marlene chiedere con rabbiosità di entrare nella (nostra?) Intellighenzia,
mentre con occhiate silenti e sinuosità lievemente indefinite stimolavi il Godano che c’è in me invitandolo a venire a galla ad intervalli più o meno regolari,
portandolo in superficie per poi lasciarlo nuovamente scivolare, al ritmo crescente del respiro di innamorati prossimi all’amplesso.
Fuori dal locale le nostre movenze non smarrirono i loro armoniosi contorni,
fluendo tra i sassi di divergenze che impreziosirono d’unicità quell’ incontro irrisolto nel contatto non stabilito.
Il pomeriggio scese fino a sera con la disinvoltura di cui noi eravamo privi,
mentre gli anni a divenire s’accodarono con urgenza, trasformando quel surreale pomeriggio in un ricordo ormai lontano.
Persistono pochi piccoli dettagli che più ritengo rilevanti:
sono gracili peculiarità che mai smarriranno la loro conturbante fragranza,
che mi permetteranno di riconoscerti ad occhi chiusi all’orizzonte, al di là degli anni frapposti.

“Lasciati accompagnare, sto andando ai campi di fragole:
non c’è nulla di reale, nulla che crei apprensione.
Campi di fragole, sempre.”

Nel virgolettato una libera traduzione di Strawberry fields forever – J. Lennon 1967

Al di là dell’attesa.

Nella sala d’attesa della stazione degli autobus ti avvicinasti sorridendo silenziosamente,
stringendo tra mani gentili un caldo infuso speziato:
ti avvicinasti lasciando che aromi di mare e deserto,
aromi di terre lontane,
portassero colore nella penombra di quella monocromatica sala d’attesa.

Fuori aveva quasi smesso di nevicare: un freddo sole invernale fingeva di riscaldare una vegetazione immobile,
una vegetazione congelata da mesi che sarebbe rimasta congelata per chissà quant’ altri mesi ancora.

Tra me e l’inverno un’ opaca vetrata,
un caldo contenitore d’aroma che solleva densi sbuffi di fumo fino ai miei occhi ed ancora più su.

Con lenta trasparenza poso su di te il mio sguardo e ricambio il sorriso, mentre qualche metro più in là un anziano signore tossisce pochi centimetri sopra una sciarpa dalle tinte sbiadite.
Ragazzine irrompono nel silenzio della sala con chiassose risate:
superficiali ma sincere risate,
superficiali ma sincere ragazzine.

Risate riecheggiano mentre guardiamo entrambi fuori, proiettandoci al di là della vetrata.
Dal nostro monocromatico rifugio ci troviamo così protesi oltre l’inverno, nelle stagioni che ancora devono venire ma che già si sono rivelate insinuandosi per un breve istante tra la nostra vicinanza:
stagioni si sono concretizzate in un sorriso complice, nel profumo di un delicato contatto d’epidermide.

Fuori il sole si fa più luminoso mentre noi, accorciando le distanze, lasciamo la sala ed i suoi inquilini:
temporanei o permanenti che siano li lasciamo con i loro pensieri,
con le loro abitudini e le loro emozioni,
con le loro abitudinarie emozioni.

Li lasciamo sorridendo alla piacevole confusione generata dall’intrecciarsi di stagioni differenti,
li lasciamo, sorridendo, alle loro attese.

Nella sala d’attesa della stazione degli autobus,
ti avvicinasti con un infuso d’erbe profumate.

Liquidi

Quelli quasi adulti inalavano l’aria fresca della sera.
Quelli quasi adulti accendevano sigarette,
sorridevano a brindisi solitari con rumorosa ipocrisia,
approcciandosi alla Primavera come risultava loro più naturale.

I più giovani saltavano in piscine mai troppo profonde,
sfiorando lanterne che parevano saltare con loro.
I più giovani saltavano tra i sorrisi dei quasi adulti:
dall’aria fresca della sera all’acqua fresca della piscina,
con spensieratezza saltavano.

Gli altri già dormivano o (così ci piace immaginare) da lontano osservavano in silenzio, sorridendo con malinconia.

Liquidi in bottiglie e bicchieri,
liquidi in piscine,
in corpi umani,
liquidi contenuti,
liquidi con contenuti.

Liquidi fluivano, senza anagrafiche variabili, verso la prossima Stagione.

Liquidi fluivano, senza anagrafiche variabili, come fluidi immiscibili con un Tempo che pareva non appartenerci quella sera e che, forse, non ci era appartenuto mai.

Come fluidi immiscibili,
continuavamo a fluire.