Apologia dell’asociale.

Il solitario
in assenza di loquacità
siede pensoso al limitare della realtà
accavallando le sue lunghe gambe.
Si tocca il mento e si schermisce alla gestualità
di chi sta accanto e lo incomoda.

Inizia con una A ammonitrice l’aggettivo che viene spesso associato, con provocante negatività, a chi mantiene comportamenti che amano posizionarsi al di fuori dei rigidi standard tracciati dalla mediocrità.
L’impossibilità di assumere configurazioni che sappiano insinuare le loro geometrie tra la social-rigidità è marchiata con quella A ammonitrice da chi, senza realmente riflettere, fa troppa fatica a comprendere meccanismi naturalmente differenti dai suoi.

L’apologia dell’asociale potrebbe svilupparsi attraverso l’elogio delle inusuali modalità con cui il solitario gestisce il suo Tempo: con naturalezza coltiva riflessioni pregne di seria autocritica, motivato da mera crescita personale sensualmente denudata d’ogni competitività.
Lo fa nel suo silenzio, nei luoghi in cui sa accomodare il suo agio: e non sono pochi, lontani dai giudizi che volano basso, dalle ipocrisie così facilmente smascherabili, dalle opinioni imbastite su trame malcostruite.

L’apologia dell’asociale elude domande mirate alla ricerca di anime simili: perché il solitario già sa dell’esistenza di tali affinità e questo, in cuor suo, gli basta.
Non c’è tristezza né insoddisfazione nella sua solitudine.
Nessuna concreta certezza è più necessaria perché la percezione affinata nel Tempo sa trarre sufficiente giovamento dall’impercettibile sicurezza che, in quella stessa città o in quell’altro continente laggiù, vi sia (senza dubbio alcuno!) chi sa riempire le sue ore con la stessa profonda sensibilità.
Vi sia chi sa porsi le stesse domande con perseveranza, gestendole con rispetto e lasciando che i pensieri sappiano levarsi a sublimare i dubbi.
Senza fretta, senza ricerche di altro tipo.

L’apologia dell’asociale poggia sulle solide fondamenta della totale assenza di giudizio: anche quando il solitario non riesce a comprendere gli altrui comportamenti, evita costantemente di scivolare nel banale dramma del volgare giudizio.
Accoglie l’imprevedibile con la serena accettazione del limitato controllo che ha sulla materia, su quella stessa materia che non attrae il suo interesse poiché il pensiero, nella sua costante maturazione, è il primo tra le sue priorità.
E’ un meditare gestibile, propedeutico per quel percorso di crescita che mai troverà la sua fine, ma che è comunque meritevole di Tempo e dedizione più di quanto non lo sia la comprensione dell’esiziale entropia del materiale.

L’apologia dell’asociale termina con lo stesso sorriso che si delinea quando il pensiero del solitario sviluppa con un ordine creativo dando un senso al pensiero che lo ha preceduto.
Così non smetterà mai di maturare, tra lo scorrere della stagione.
Così mai non smetterà di riflettere, intravedendo tra le setose trame della sua sensibilità tutt’altro che fragilità.

Il solitario (lo puoi giurare) è in sintonia con i fatti suoi, quand’anche siano sostanzialmente guai.
Perchè nel suo mondo è pace ed è per questo che lui lo abita.

Nel virgolettato parole tratte dal brano “Il Solitario”, Marlene Kuntz – album “Bianco sporco”

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