Uno.

Giunti sul culmine della collina, io e Sara ci arrestiamo entrambi:
lo facciamo nella sincronicità di uno sguardo condiviso, senza usare la parola.
Tra i suoi occhi ed i miei solo la delicata tensione di intangibili filamenti celesti,
perfettamente distesi nella loro eterea essenza.

Il Sole, ancora intorpidito dal sonno, si mette ora a sedere sui crinali:
da quelle alture viene il primo dei raggi del nuovo giorno ad avvolgerci, Sara.
È un caldo ed intenso abbraccio: ha il colore dell’ambra ed in quel colore a me ti avvicina.
È il nostro percepire che si amplia al di là dei sensi: che sa andare oltre, come scavalca il Sole le montagne.

È giorno, e tu ti fai più vicina.
Conti i centimetri, adesso, Sara?
Quanti saranno: ottanta, settanta?
Mi sento accolto e, in questo mio sentire, muovo un piccolo passo anche io: quaranta.

I want you to tell me who you are,
in your dreams.
Who is there,
and is it beautiful?

Mantieni lo sguardo ed il silenzio, Sara:
in questo silenzio dimmi chi tu sia, nei tuoi sogni.
È bello ciò che vedi?
Quali sono i colori del tuo percepire, quale la sua colonna sonora?
Continua a rispondermi così: mantenendo su di me lo sguardo, mentre anche io non vedo che te.

Puoi farlo, Sara: se lo vuoi, fatti più vicina.
Venti.

Do you know?
If it is a word
is it love?

C’è una mano, ora, a dieci dita.
Questo c’è, mentre lasci che le tue labbra poggino sul mio viso come le foglie d’autunno sulla rugiada dei prati.
Ora, per un istante, socchiudiamo entrambi gli occhi.

C’è un corpo, sul culmine della collina: un corpo con quattro occhi socchiusi.

Un corpo, nell’abbraccio di un Sole che ha ormai superato le montagne.

 

In inglese, citazione dal brano “Like Music” degli Ulver (ripresa poco sotto anche in italiano).
(Autori: Jørn H. Sværen, Kristoffer Rygg & Tore Ylwizaker)

L’ultima Matrioska.

Try this trick
and you’ll ask yourself:
“Where is my mind?”

Era sera ormai tarda: una tarda sera d’ottobre quando Dylan, sentendosi la testa stranamente vuota e leggera, infilò d’istinto la giacca per uscir incontro all’aria d’autunno.

Un’elettricità tangibile dirigeva l’invisibile danza di azoto e ossigeno: come stesse per rinascere l’universo intero e le stagioni, affaccendandosi frenetiche per prepararsi all’evento, si confondessero le une nelle altre scambiandosi le vesti.

In questa tensione creativa, forse poiché ormai maturo, autunno ricevette in dono da primavera lunghi pomeriggi in grado di strappare l’oscurità a morsi, di restituire a sere tarde come questa la luce che loro spetta.

Vestito a primavera, autunno rappresentava ora l’ultima d’una lunga serie di gravide matrioske: l’ultima che, in questa tarda sera d’ottobre, avrebbe dato i natali ad una stagione nuova.

Un ultimo travaglio, poi nient’altro che Vita.

Un ultimo travaglio, poi nient’altro che Vita: come se la mente di Dylan avesse finalmente smesso di comprendere e razionalizzare, delegando al cuore il compito di accoglier ed accettare.
Come se la mente di Dylan avesse infine imparato a tacere, lasciando al cuore il compito di ascoltare.

Era una tarda sera d’ottobre e Dylan, fluidamente, tra i viali alberati di un paese assopito riprese a camminare.

 

(La breve citazione in inglese è dei Pixies: “Where is my mind?”, brano qui riproposto in un’intima veste piano&voce. Compositori: Charles Michael Kittridge Thompson).

Serramenti socchiusi.

“Puoi andare, quando ti pare”
“Ah, non avevo capito, scusa. Antipatico. Tanto va a finire che ci lasciamo”
“Vaffanculo”
“No, vaffanculo tu”


Fin dal loro primo incontro, Alice e Francesco avevan vissuto nella piena naturalezza: nella profonda pace di un’armoniosa naturalezza che tutto trasforma, anagrammando anche un sussurrato “vaffanculo” in un delicato “ti amo, sai?”.

Con naturalezza s’eran conosciuti: con naturalezza innamorati, nella Stagione in cui per il mondo là fuori gli amori estivi in realtà svaniscono, sublimando al Sole d’un Settembre in divenire.
Con naturalezza avevano intrecciato i loro vissuti: cercandosi costantemente, come si inseguono le eliche del DNA.
(Come si intrecciano le dita degli amanti, tra le foglie dell’Autunno a passeggiar).

Ne attraversarono di Stagioni insieme: di Natali a ridere in famiglia, con i piedi a sfuggire al freddo dell’Inverno tra i caldi e soffici cuscini del divano.
Di Primavere dall’irruenta spensieratezza e di Estati che sapevano scorrere in fretta, portandoli insieme a celebrare un altro anniversario ancora.

Il Tempo divenne così senza peso: trascorse via leggero, fino al giorno in cui Alice e Francesco la capacità di mandarsi a fanculo persero di vista.
Fu quello il giorno in cui lei sentimenti più non condivise, affidando la sua ricerca d’affetto alle imprevedibili voglie d’un gatto che (con parsimonia e ad orari improponibili) un po’ di coccole svogliatamente elargiva.
Francesco lumi non chiese poichè era evidente che, nel cuore di Alice, la risposta fosse frammentata oltre che incompleta: avesse voluto farla uscire in silenzio, le avrebbe aperto una miriade di piccoli dolorosi varchi nel petto.
Avesse voluto tradurla in fonemi e parole, le avrebbe ustionato bocca e laringe, mucose e corde vocali.
(Quei frammenti d’una risposta parziale sarebbero poi giunti ad un Francesco che, senza più difese alcune, avrebbe pagato a caro prezzo l’intenzione del suo domandare).

A heart that’s full up like a landfill

Francesco preferì allora restare in camera da letto:
a fissare il soffitto, ad abbracciare la chitarra.
A suonare, a non pensare.
A suonare, disturbando la perfetta verticalità dell’incenso che (perpendicolare al suo corpo disteso) saliva al soffitto dimenticandosi la gravità.
A suonare ancora, a rendersi insensibili i polpastrelli.
(Sarebbe stato così facile anche con il cuore?)

Bruises that won’t heal

In cucina, nel frattempo, Alice disponeva su qualsiasi superficie piana tazze colorate che, da contenitori a tempo indeterminato di caffè americano, divennero così originali accessori d’arredo: quattro di queste, in bilico sul davanzale, sembravano voler abbracciare tre piccole piantine grasse in perseverante attesa di un po’ d’acqua.
(O affetto).
(O entrambi).
Pareva ci mettessero tutto il loro impegno, queste tazze colorate con il caffè americano, nel portar calore o colore: ad Alice, alla cucina, alle tre piantine.
(Era un conforto però temporaneo, che il caffè in fondo si fredda in fretta e, al seguire del tramonto, si spengon con le luci anche i colori).

I’ll take a quiet life

Alice aprì appena la finestra, destabilizzando ulteriormente l’equilibrio di tazze e piantine: s’accese una sigaretta e, alla prima boccata di fumo, forse singhiozzò.
In quello stesso istante, oltre la porta socchiusa della stanza da letto, Francesco il suo arpeggiare d’improvviso arrestò.

A handshake

Alice lasciò libera l’emozione e, senza mai pianger davvero, iniziò invece a cantare.
La chitarra di Francesco, attraverso la porta socchiusa, al canto di Alice si venne ad intrecciare. 
(Non fan così anche le dita degli amanti che, superata l’insicurezza, riprendano insieme a camminare?)

Il testo della canzone fu didascalia perfetta per questa loro ritrovata fiducia, per questo sentire che non si cercava incrociando forzatamente lo sguardo ma che, con naturalezza, sapeva giunger anche ad occhi chiusi.

Negli anni a seguire, per Alice e Francesco non si palesarono più né spaventi né sorprese.
Non ci furono più né sveglie né sorprese.
Né ansie né sorprese.

No alarms and no surprises
No alarms and no surprises
No alarms and no surprises

“Please”.

In inglese, brevi citazioni da “No surprises” dei Radiohead – (Colin Charles Greenwood / Edward John O’brien / Jonathan Richard Guy Greenwood / Philip James Selway / Thomas Edward Yorke)

Una partenza inattesa.

Al cuore del suo sessantesimo compleanno Anna espirò a fondo per le candeline,
inspirò profondo per contenere l’Emozione,
si congedò in silenzio per una partenza inattesa.

      Anna partì per tornare ai luoghi dell’infanzia: per ritrovarsi bambina a millesettecento metri di quota, là dove la montagna inizia a farsi alta.
Alta: Anna ricorda lo dicessero anche di lei giù in paese, quando non aveva ancora cinque anni ma (per i pochi abitanti d’una vallata quasi deserta) era già diventata grande.
Su quelle cime, scegliendo vie apparentemente casuali, Anna si divertiva ad esplorare il mondo: così faceva in autonomia, con la spensieratezza d’una bambina sicura di ritrovare sempre i genitori non appena voltato lo sguardo.
Affiancata dalla loro mai soffocante presenza, Anna aveva potuto vivere a pieno il netto di tutte le esperienze possibili alleggerite dall’inutile tara di irrazionali paure: così si era formata, ove le pinete hanno aromi più pungenti degli aghi con cui proteggono la verginità dei pendii.
Ove le pinete hanno aromi più pungenti degli aghi con cui i piccoli piedi della giovane Anna danzavano e giocavano, crescevano ed apprendevano: sognavano e mai si pungevano, mossi solo dai lenti movimenti armoniosi di chi anche nel sonno incubi non ha.

      Proseguì Anna, guidata nel suo viaggio indefinito da venti su cui non aveva controllo: proseguì fiduciosa, toccando nuovamente terra sulle colline in cui, ventenne, aveva lasciato gli ultimi spasmi violenti di un’adolescenza in dissolvenza a riposare.
Anna toccò terra e lasciò i piedi nel morbido terreno a sprofondare: gli stessi piedi che, fino a poco fa, erano occupati con gli aghi di pino a giocare.
Toccò terra e nella terra i piedi sprofondò, come se in quella terra avesse dovuto crescere e radicare.
Ad occhi chiusi, Anna inspirò: la brezza, al tramonto, aveva lo stesso profumo di allora (era l’aroma intenso di un’Estate che, anche al cuore di Agosto, aveva ancora molto da dire).
Anna espirò, aprendo gli occhi alla vibrante intensità dei gialli girasoli, la stessa vibrante intensità che con la sua adolescenza fiorì.
Così quei girasoli avevano atteso che Anna tornasse, con i loro colori intensi ed i loro robusti fusti eretti: così, come adolescenti fieri e caparbi, ancora ostinati a mostrar le spalle al Sole.
Erano nati con la bellezza di un’Anna adolescente e tale bellezza avevano atteso tornare, conservando nel frattempo la loro.
A dispetto del Tempo.
A dispetto del Tempo e del pensare comune,
mostrando sempre le spalle al Sole.

      Salì ancora in barca Anna, su quest’accogliente barca senza timone: lasciò i pensieri tra i flutti e, nella quiete a seguire, approdò tra gli scogli d’una spiaggia familiare.
Giunse a riva Anna, con l’eleganza dei suoi piedi a lasciar il terreno dei girasoli tra le onde ormai calme del mare la sera.
A lasciar gli aghi dei pini nel terreno dei girasoli nelle onde ormai calme del mare la sera.
Su quella spiaggia Anna percorse tutti i suoi trent’anni e negli scogli di quella spiaggia lasciò stratificare le nervature di potenzialità che seppe con il Tempo risvegliare: diventò donna, senza uomo alcuno.
Giunse così l’età adulta ed Anna, provando a dirigere i primi consapevoli passi, osservò l’alternarsi delle maree farsi imprevedibile: testardo ed imprevedibile, come i girasoli in collina.
Nella bizzarria di quei flutti vinse con coraggio le sue paure affidandosi con distensione alle correnti: fu un processo lento, lento ed armonioso, come l’eleganza con cui la medusa nelle stesse correnti i filamenti distende.
Tra le alte onde, nel mare profondo, diluì Anna le ansie adulte: lontana dalla spiaggia d’approdo, là dove la burrasca toglie agli occhi la vista senza privare d’ossigeno i polmoni, tornò Anna a respirare.
Che poi, anche ad occhi chiusi, aveva l’aroma pungente delle pinete a darle conforto.
Il giallo vibrante dei girasoli a scaldarle il cuore.

Il mare, poi, la riporterà a riva.

Smorzando il suo ruggito, il mare la consegnerà a lidi nuovi, ove pinete, spiagge e colline convivranno in armonia.
Spazi nuovi, ove pinete, spiagge e colline in armonia muteranno le une nelle altre: lentamente, come distende la medusa i tentacoli.
Lentamente, come fluttua e muta densa la lava in quelle lampade colorate di sessant’anni fa.

Al cuore del suo sessantesimo compleanno, Anna partì.

 


Nell’estro del pittore.

Il Sole penetra con mezzelune innocue e taglienti i boschi di Settembre:
fende l’aria fresca del mattino, fende il silenzio.
Si riflette sulla rugiada dei declivi, nello sguardo di chi quegli spazi abbia eletto a sua dimora.

Amazzone in sella al suo dorato destriero, la penetrante luce del mattino conosce vie nient’altro che rette e tali vie percorre fiera: senza esitazioni, a velocità crescenti.
Con frenetica ingordigia divora il nulla della notte arrestando solo alle profondità del bosco la sua bulimica corsa: lì, ormai sazia, riempie i volumi delle case di chi abbia scelto di restare.
Riempie i cuori di chi abbia scelto di tornare.

I colori del bosco, nel nulla della notte nient’altro che sommesse vibrazioni silenti, s’aprono ora all’alchimia di queste luminose mezzelune roteanti: la reazione è immediata e, impetuosa, s’avventa verso l’esplosione armoniosa di centinaia di lunghezze d’onda differenti.
Come un pittore che, all’apice dell’estro creativo, scagli la sua tavolozza a velocità superiori a quelle dei fotoni che gli danno la vista: così è quest’alba nel silenzio del bosco.
E’ l’onda d’urto di un’epifania che ci avvicina al sentire di chi su queste alture si tratterrà fino a sera inoltrata: fino a che la vista si farà stanca e confusa, rendendo al bosco l’intensa ricchezza delle sue cromie.
Fino a che la memoria si farà rarefatta e penetrabile: invisibile, come l’abbraccio degli alberi trafitto dall’alba di un nuovo giorno.

 

La magia delle branchie.

“O my, your fever’s high:
I lay my hands upon you”

“…”
Quando Ethan provò ad inspirare gli sembrò di dover improvvisare la naturalezza di quell’atto vitale: si sentì come un attore che, all’aprirsi del sipario, avverta lo schiaffo dell’amnesia a rimodellargli mascella e mandibola.
Ethan cercò ancora l’inspirazione, di fretta e d’istinto: lo fece con l’affanno d’un neonato che, alla prima boccata d’aria, avverta lo schiaffo dell’ostetrica ad indicargli il lungo cammino verso l’indipendenza.

„O my, haven’t you heard:
the truth is untrue.“

“…”
Fu quando lo slancio di Cloe gli finì addosso che Ethan sentì gli sarebbe mancato il fiato: fu come se lei avesse calcolato male le distanze, come Alice al morso di quei biscottini nel Paese delle Meraviglie.
Come se lei avesse calcolato male i tempi: come un paracadutista che si dimentichi di aprire un abbraccio, preferendo la violenza dello schianto alla prevedibilità del morbido atterraggio d’un gesto d’affetto.

Forse, se avesse smesso di pensare, Ethan sarebbe riuscito a lasciarsi scivolare nella spontaneità di quell’incontro: ad occhi chiusi e senza riflettere, come si tuffano i ragazzini dall’altezza delle scogliere.
Ethan però di pensare non smise e, in quell’abbraccio mancato, percepì tutta l’intensità degli anni che non avevano condiviso: come se nell’istante dell’impatto avesse rivissuto una vita intera, di quelle in cui non ci si perde di vista.

Giunsero così al suo olfatto le colazioni in sua compagnia: vennero come lunghi istanti di lieve spensieratezza in riva al mare d’Aprile, quando in spiaggia non v’è ancora nessuno e la sabbia freme d’impazienza nell’anticipare la Stagione imminente.
Percezioni si palesarono come ricordi di Vita realmente vissuta, consumata quanto il legno delle barche di pescatori stanchi: era infatti ormai mattina inoltrata, al cuore di questa colazione senza Tempo.

È ancor solo mattina Cloe, ma già avverto il freddo che seguirà il tramonto: busserà con insistenza alla nostra tenda anche lassù in alta quota, là ove si può giunger solo in due.
Ci troverà il freddo Cloe, sulle vette del nostro cammino: lassù anche in Estate il respirare si fa tangibile e, come duttile creta, si lascia plasmare dalla brezza d’una notte stellata.

In quella spirale di percezioni Ethan udì le tonalità delle loro risa, perfettamente armonizzate su ottave differenti.
In quell’abbraccio non riuscito Cloe chiuse su di lui parzialmente le braccia ed in lui le ferite che avrebbero visto guarire insieme, se insieme fossero cresciuti.
Erano ferite condivise e, come tutte le ferite condivise, non avrebbero lasciato segni permanenti: come le ginocchia sbucciate dei bambini, come il cuore infranto degli adolescenti.
Come Cloe ed Ethan, se insieme avessero raggiunto l’età adulta.

“…”
Ethan provò ancora ad inspirare ma una neonata Emozione, percorrendo la ripida discesa di tutti quegli anni non vissuti, si fece valanga insostenibile a comprimergli lo sterno.
Avesse avuto branchie, Ethan le avrebbe messe in moto con pulsare frenetico.
Con crescente pulsare frenetico.
(Nel frattempo, alla sorgente del sistema circolatorio, un solo schiocco silente.)

“Now I’m breathing: 
I could not breath until you did”

Ethan inspirò tutta la Vita di questo mondo senza inalare una singola molecola d’ossigeno: con la cupidigia del fumatore in astinenza, Ethan aspirò fino a non poter più contenere sentire alcuno.
Ethan inspirò tutta la Vita di questo mondo, compresa quella che con Cloe non avrebbe condiviso.
Ethan inspirò tutte le Vite di questo mondo, comprese quelle che aveva fino ad ora perse di vista.

Ethan inspirò ancora, fino a che questo mondo non perse di vista.

 

“I’m one second after you.
Just a second after you.”

In inglese, brevi citazioni dal brano Sleeper dei Katatonia (Compositori: Nyström / Renkse)

 

Clessidre dal flusso variabile.

1.   2.   3.   4.

1.
Giulia ha una decina d’anni: una decina d’anni ed un diario rosso in cui, con la sua grafia ancora incerta, inizia a tener traccia dello scorrer del Tempo.
Si diverte Giulia, dando alle sue impressioni la forma di appunti colorati: sono queste le lancette con cui misura il Tempo, ricomponendo memorie come tessere d’un mosaico che (sulle pagine del suo diario) ha cromie sempre più vive ed intense della realtà che si propone di celebrare.
Scrive, Giulia: con le sue grandi matite colorate, nel suo piccolo diario rosso, Giulia lascia segni tangibili del Tempo che passa.
Lo fa forse per potersi sentire cresciuta, quando le pagine scritte bilanceranno quelle ancora da riempire: per gioire, quando con l’intuizione userà i colori giusti per fotografare un’emozione, gli aggettivi adatti per vestire un ricordo.
O, più semplicemente, Giulia scrive per riordinare il Tempo: sezionandolo in articoli sul suo diario avrà la sensazione di poterlo gestire e ricomporre, oltre che misurare.
Di comandarlo a suo piacimento, come si gioca con le bambole.

2.
Elisa ha quasi diciott’anni: a fatica riesce a scorgere il futuro e, a dirla tutta, pare non le interessi poi così tanto.
Elisa preferisce mordere il presente come fosse un chewing-gum dal gusto a sorpresa, con la spensieratezza di chi sa d’aver ancora tutte le porte aperte e tutto il Tempo di questo mondo per varcarne le innumerevoli soglie: senza rischio alcuno, nel miglior effetto collaterale dell’incoscienza.
Se all’orizzonte dovessero palesarsi grigi pensieri, Elisa risponderebbe che quell’orizzonte è troppo lontano per nuocerle o, forse, dipingerebbe lo stesso orizzonte come sipario multicolore da lasciar scendere sulla grigia inquietudine.
Elisa vive sospesa in ogni singola esperienza, avvolta in un presente che, inglobandola, la protegge da qualsiasi ripensamento od ansia.
Un presente disegnato a labirinto: un luogo in cui ci si può sentir protetti e non vi è Tempo per la noia, uno spazio così grande da sembrar infinito, da precluder lo sguardo su passato e futuro.
Un presente in cui sono tante le possibilità di svolta quante le probabilità di perdersi: ma Elisa questo ancora non lo sa poiché per lei esistono solo opportunità e scoperte, non rischi o cadute.
Se si dovesse ferire, Elisa non lo farà che superficialmente.
Se si dovesse ferire Elisa avrà canzoni per cerotti e, scorrendo questa sua personale raccolta, si potrà quasi intuire la strada fin qui percorsa: un tracciato tortuoso, segnato da una colonna sonora disomogenea ed imprevedibile.
Un tracciato con poca memoria, in cui una canzone muore senza risonanze, senza ecografie che anticipino la prossima.
Un percorso in cui è la musica a guidare: come se non servissero navigatori, poiché si viaggia per condividere un’esperienza più che per raggiunger una meta.
Come se non servissero orologi, poiché senza meta non v’è neanche un Tempo stimato di arrivo.
Non v’è un Tempo, al di là di questo presente.

3.
Sara s’avvicina ai quarant’anni: ha quasi quarant’anni e vorrebbe dimenticarsene.
Sara non festeggia più i suoi compleanni da quando non è più sua madre ad organizzarglieli ed il Tempo lo scandisce partecipando a matrimoni: di amici o parenti, di amori perduti o non corrisposti.
Conta i mesi riguardandosi negli scatti di nozze altrui, senza più chiedersi se mai si celebreranno le sue: se ciò avverrà, dovrà solo trovare nuovi modi per scandire il Tempo.
Sara effettua bilanci sottraendo all’età degli sposi la sua, neutralizzando risultati dal segno negativo con il più efficace dei tamponi: Sara contrasta l’avanzare del Tempo regalandosi Tempo per sé.
Diluisce gli impegni e, tra un invito ad un matrimonio ed il successivo, gode del piacere di ritagli che si fanno sempre più grandi, a comporre un collage che fine non ha.
Sono ritagli di Tempo, spazi di Tempo, spazi nel Tempo: sono dolci pensieri che Sara si concede e, tra gli ingredienti, non contengono sensi di colpa.
Sono come i confetti ad un matrimonio, ma non hanno data di scadenza.

4.
Se chiedi a Sandro quanti anni lui abbia, ti risponde ormai settanta con la leggerezza di chi se ne senta ancora trenta: Sandro ha infatti tanti racconti da condividere ma ancor più sogni a cui dar forma.
Ha uno spesso quaderno con le pagine ingiallite, di quelli che si facevano un Tempo e che del Tempo resistono alle ingiurie: Sandro pesa gli anni scrivendo, intrecciando i suoi scritti con un laccio di cuoio dai nodi ben saldi.
Dai nodi saldi, stretti e duraturi, come le relazioni d’un Tempo.
Delle profondità del vivere scrive Sandro quotidianamente, usando la poesia per farsi più leggero: per osservare tali profondità da prospettive più alte, quasi riuscisse a sorvolarle.
Ha un quaderno che si è fatto grande e pesante: tanto grande e pesante quanto lieve e senza peso è il suo scrivere, quanto leggiadro è il suo abbandonarsi alla Vita.
Quando non scrive, Sandro suona: con l’acustica omaggia i Beatles e, mentre la sua voce s’intreccia agli arpeggi di Strawberry fields, d’anni gliene daresti solo venti.
Pare abbia ben inteso il messaggio di cui canta: Sandro, che giù in quei campi di fragole rimase una Vita intera, raccogliendone e conservandone i rossi frutti maturi tra le pagine ingiallite del suo quaderno.

Sandro, una fodera in pelle vissuta ed un’instancabile stilografica da cui mai si separerà (come fosse sua moglie, come le relazioni d’un Tempo).

Giulia, quadretti grandi e grandi matite colorate con cui gestire un’immaginazione che cresce più di quanto non facciano le sue piccole mani, veloci sulle pagine del diario per far sì che i pensieri non le superino.

Elisa, un quotidiano di desideri dipinti con smalto multicolore, come unghie ben curate nel cuore dell’Estate: desideri che a volte esplodono come chewing-gum in cui si soffino troppe speranze, ma l’esplosione è microscopica e non lascia tracce persistenti.

Sara, sogni infranti che sanno comunque far compagnia, a volte più che non gli invitati ad un matrimonio.
Sara, che con l’impazienza di Giulia attende ad ogni Primavera la fioritura di aspirazioni nuove.

Quattro personaggi, come le Stagioni da contare.
Quattro ricette per soggettivizzare il Tempo, relativizzando tutto ciò che l’oggettività dell’intelletto non è in grado di comprendere o contenere.
Quattro personaggi: piccoli, come i granelli di sabbia d’una clessidra dal flusso variabile.
Come lancette invisibili,
come i protagonisti d’una storia all’epilogo della stessa.

Come cerchi concentrici.

„Ti porto con me“ dissi smorzando sulle ultime sillabe la convinzione, quando fece presa in me il dubbio che forse non mi avrebbe capito.
„Ti porto con me“ ripetei forse troppo tardi, quando più non sapevo se mi avesse potuto sentire.

Parlavamo in fondo lingue diverse, senza mai averne condivisa alcuna: parlavamo due lingue diverse, due tra i sette miliardi di lingue che incrinano la quiete di questo pianeta.

„Ti porto con me“: ci riprovai con le parole, con lo sguardo, facendomi a lei più vicino.
Diminuendo le distanze affinché avvertisse al suo fianco la mia presenza, lasciando tra noi abbastanza spazio affinché non scordasse d’esser libera.

Per Dio.
Per Dio, fosse stata l’ultima cosa da fare prima di chiudere gli occhi le avrei donato la certezza di non esser sola: la sicurezza d’esser capita, compresa, accettata e rispettata.
In confezione pregiata le avrei offerto la consapevolezza che esista qualcuno a cui possa cedere i diamanti delle sue paure, qualora diventassero troppo pesanti da trasportare.
Qualcuno a cui lasciare i diamanti delle sue paure, qualora le loro asperità divenissero troppo taglienti da gestire.

Come avesse intuito il mio desiderare,
come volesse accettare il mio dono,
nella fredda brezza d’una notte di tarda estate si strinse in sé stringendosi a me.

Si fece piccola, poggiandosi sul mio respirare.
L’abbracciai lievemente, lasciando scivolare le mie dita sulla seta del suo vestire, intuendo ad occhi chiusi la profondità del suo sospirare: le definite prominenze del suo costato, la discesa verso la quieta depressione del suo ventre.

Dal limitare del bosco, come un plotone aereo schierato a difesa, un nutrito gruppo di lucciole si levò ascendendo per vie perfettamente verticali: salendo parallele ai nostri corpi esposti e tremanti parevano osservare curiose il nostro sentire, pronte ad un attacco che non sarebbe avvenuto mai.

Alle nostre spalle, un centinaio di piccole luci pulsanti.
Sulle nostre spalle, lo scalpitare d’una brezza sempre più nervosa ed insistente.

Inspirò a fondo, come potesse così imprigionare i venti e calmare le correnti.
Come se i suoi polmoni fossero grandi, così grandi da contenere e smorzare la brezza: così grandi, grandi quasi quanto il suo cuore.
Trattenne il respiro, come volesse scorgere le capriole del mio cuore, là sotto il suo.
Espirò lentamente, a lungo, come volesse liberarsi da tutte le altre paure: tutte quelle che neanche io avrei saputo gestire, tutte quelle da cui avrebbe voluto proteggermi.

Le lucciole indietreggiarono gradualmente, diluendo nel buio del bosco la vitalità del loro lampeggiare.

I nostri corpi si chiusero su sé stessi, come cerchi tendenti ad un centro condiviso: in armonioso movimento, cercando d’aumentare l’intersezione ma evitando la perfetta sovrapposizione, come a non turbare le proporzioni di quel leggiadro ondeggiare.

Sul giungere del candore della luna si spensero le risa di giovani ormai lontani, satelliti d’altri pianeti.

Sulla sinusoide del nostro respirare ci lasciammo trasportare: a dita intrecciate, come quelle degli amanti.
A dita intrecciate, con la gioia nel cuore di chi non sa dove andare.

„Ti porto con me“ espirò, nel breve istante in cui i cerchi si fecero concentrici.

Trascurabili piccole interruzioni.

This body holding me reminds me of my own mortality

Edward periva una decina di volte al giorno: non erano quelle certo morti permanenti quanto, come amava definirle lui, piccole fratture ramificate del suo flusso vitale.

Pochi secondi, seppur ripetuti più volte al giorno, in cui il suo vivere cessava di scorrere, lasciandosi cadere come un pesante mammifero marino verso l’assenza del buio dei fondali.
Una lenta caduta libera, con l’anima ricurva in posizione convessa.
Un movimento tanto lento quanto fluido in cui era la gravità a farla da padrone, disturbata solo da brevi oscillazioni laterali (il fluire delle correnti, il dipanarsi degli eventi).

Un centinaio di secondi al giorno ad occhi chiusi: pochi minuti in cui lasciarsi andare ad un sonno profondo da far assopire il cuore, come volesse riposarsi dall’intensità crescente del suo battere.
Un sonno pesante da rimodellare i polmoni: come fossero creta, come non avessero contenuto mai gas alcuno.

Wide eyed and hopeful
Wide eyed and hopefully wild

Edward aveva sempre riaperto gli occhi: di getto, come esplodono i petali dei fiori in Primavera, urlando con impeto per sopraffare l’Inverno.
Con trasporto ed ardore tornava Edward in superficie: come lottano i cervi nella stagione degli Amori, come balzano oltre le cime i raggi del Sole, dopo l’ultimo sbuffo d’una notte ormai finita.

This body holding me, be my reminder here that I am not alone
Embracing you, this reality here

Nei lunghi episodi di Vita ininterrotta, quando le sue funzioni vitali mantenevano costante la loro presenza, Edward provava un effimero piacere nel condividere piccole porzioni di Tempo con Amelie, la sorella che avrebbe avuto se non fosse nato e cresciuto figlio unico.

Amelie, forse per ferite mai chiuse o per semplice desiderio di leggerezza, del mare della Vita aveva sempre prediletto la superficie: si lasciava trasportare dalle correnti, talvolta spezzando la passività con lenti movimenti simili a quelli di un infante che s’abbandona al più amabile dei sogni. Amelie non nuotava: fluttuava sul pelo dell’acqua come innamorata di quell’invisibile linea di separazione tra stato gassoso e liquido, come se per lei i piccoli piaceri del vivere fossero sempre più intensi delle preoccupazioni.
L’esistenza per Amelie era sempre stata un gioco, un pulsante e continuo effluvio di fresche situazioni intramezzato talvolta da momenti di quiete: poiché anche giocare stanca, in fondo.

Amelie sorrideva con levità ogni qual volta Edward tornasse in superficie, nuotandole per qualche istante intorno: per quanto lieve il suo era un sorriso incontenibile come quello che segue il solletico, come quello dei bambini quando giocano e scherzano sott’acqua, là ove Amelie non sarebbe andata mai.
Suo era l’aroma dei frammenti di cannella che entropicamente terminano il loro slancio sulla turgida superficie di mezzelune d’arancia.
Edward era invece l’aculeo pungente dello zenzero che avrebbe trafitto sottili fogli di menta, sventrato esili baccelli di vaniglia.

In this holy reality, in this holy experience

Respirata attraverso gli aromi del loro trasudare, la loro amicizia generava pregnanti stimoli sensoriali: pareva aver un senso, al di là del sinuoso alternarsi delle maree che diluiva le condivisioni.
Vista attraverso il fluido della loro essenza, era questa un’affinità funzionale: riusciva a tessere impercettibili filamenti che sembravano avere una loro libera quanto sensata geometria.

Come una ragnatela secreta dalle ghiandole di due differenti aracnidi.
Come una tela tessuta a quattro mani, vibrante d’ispirazione e svincolata d’ogni trama.

Come la tensione che, liberata, avrebbe permesso al cuore di Edward di continuare a battere, donandogli un’esplosione d’ossigeno per superare ciascuna delle sue piccole morti.
Come la tensione che, liberata, avrebbe permesso al viso di Amelie di sorridere ancora.

Celebrating this chance to be alive and breathing.
This chance to be: alive, and breathing.
Alive (and) breathing.


In corsivo, citazioni di “Parabola” dei Tool (Danny Carey Justin Chancellor Adam Jones Maynard James Keenan)

 

Come Ulisse.

“Well then a black girl with no clothes on
She danced across the room
We charted the progress of the planets”

Erato si manifesta avvolgendoti in effimere e delicate spire: il suo invito è un suono che prende forma affinché tu possa, per brevi istanti, ascendere al suo fianco.
In quell’esistere sospeso il tuo cuore sussulterà e ti resterà il dubbio se anche lei, in questo frammento di Vita a mezz’aria, l’abbia potuto percepire.

Erato si muove distillando eleganza: come avesse il sangue blu,
come se con tanta grazia potesse fendere l’aria.
È sinuosa come un rettile e, come il rettile, sa cambiar pelle ogni qual volta stia per sopraggiungere l’obsolescenza: di un pensiero, di una convinzione, di un sentire interiore, d’un sentimento che pareva eterno e condiviso.

“Don’t the blood rush to your feet
To think that everything you do today
Tomorrow is obsolete
Technology and women”

Erato non parla, ma sorride con fare tanto sensuale quanto distaccato: Erato canta, se deve comunicare.
Erato canta e le sue corde vocali ti vibreranno attraverso, amplificando il tuo sentire: per un istante trascendente diverrai quindi cassa di risonanza, portavoce di quell’armonia.
Svincolando l’anima percepirai un’esplosione di suoni multicolore, un caleidoscopio di forme e voglie concentriche.

“Her hair is like the wine dark sea in which sailors come home”

Erato è inebriante come l’essenza dell’incenso e, come sbuffate di fumo sospinte dalla brezza marina, sa quando palesarsi al tuo fianco, quando farsi più vicina: è la sensualità che sgorga dalle pulsioni dell’adolescente, l’ammaliante fascinare che ancora scuote ed avvince l’adulto.

Erato è la brezza che non riesci a mordere: lambisce i tuoi fianchi e, voluttuosa, si lascia dondolare sulle tue scapole, oscillando lieve tra collo e spalle.
Quando lei vorrà finirà per insinuarsi tra le tue labbra ma, anche in quel tuo profondo respirare, non riuscirai a morderla.

Dei tuoi orgasmi mai raggiunti, lei è il più piacevole ed intenso.

“I say – The sun rises and falls with you-,
and various things about Love”

Erato si congeda carezzandoti lievemente, soffermandosi per un ultimo sguardo, come volesse restare: in quest’ultima illusione ti lascerà immobile, solo nella consapevolezza che non la potrai fermare mai.
Lei è già altrove e tu altro non puoi se non fotografare le impressioni, arginare in forme e colori perenni il tuo sentire, schiantare parole su carta.

Prima che sia troppo tardi.

Prima che rinasca, sotto nuove spoglie, circoscrivendo qualcun altro.
Prima che le spire del suo fascino allentino la presa, prima che muti ancora una volta in ricordo, come il mare d’inverno.

Come il caldo del mare d’inverno.

“This light you are carrying is like a lamp, hanging from a distant boat”

 


In corsivo citazioni di “More news from nowhere” di Nick Cave (Nick Cave, Nick Cave and the bad seeds)