Clessidre dal flusso variabile.

1.   2.   3.   4.

1.
Giulia ha una decina d’anni: una decina d’anni ed un diario rosso in cui, con la sua grafia ancora incerta, inizia a tener traccia dello scorrer del Tempo.
Si diverte Giulia, dando alle sue impressioni la forma di appunti colorati: sono queste le lancette con cui misura il Tempo, ricomponendo memorie come tessere d’un mosaico che (sulle pagine del suo diario) ha cromie sempre più vive ed intense della realtà che si propone di celebrare.
Scrive, Giulia: con le sue grandi matite colorate, nel suo piccolo diario rosso, Giulia lascia segni tangibili del Tempo che passa.
Lo fa forse per potersi sentire cresciuta, quando le pagine scritte bilanceranno quelle ancora da riempire: per gioire, quando con l’intuizione userà i colori giusti per fotografare un’emozione, gli aggettivi adatti per vestire un ricordo.
O, più semplicemente, Giulia scrive per riordinare il Tempo: sezionandolo in articoli sul suo diario avrà la sensazione di poterlo gestire e ricomporre, oltre che misurare.
Di comandarlo a suo piacimento, come si gioca con le bambole.

2.
Elisa ha quasi diciott’anni: a fatica riesce a scorgere il futuro e, a dirla tutta, pare non le interessi poi così tanto.
Elisa preferisce mordere il presente come fosse un chewing-gum dal gusto a sorpresa, con la spensieratezza di chi sa d’aver ancora tutte le porte aperte e tutto il Tempo di questo mondo per varcarne le innumerevoli soglie: senza rischio alcuno, nel miglior effetto collaterale dell’incoscienza.
Se all’orizzonte dovessero palesarsi grigi pensieri, Elisa risponderebbe che quell’orizzonte è troppo lontano per nuocerle o, forse, dipingerebbe lo stesso orizzonte come sipario multicolore da lasciar scendere sulla grigia inquietudine.
Elisa vive sospesa in ogni singola esperienza, avvolta in un presente che, inglobandola, la protegge da qualsiasi ripensamento od ansia.
Un presente disegnato a labirinto: un luogo in cui ci si può sentir protetti e non vi è Tempo per la noia, uno spazio così grande da sembrar infinito, da precluder lo sguardo su passato e futuro.
Un presente in cui sono tante le possibilità di svolta quante le probabilità di perdersi: ma Elisa questo ancora non lo sa poiché per lei esistono solo opportunità e scoperte, non rischi o cadute.
Se si dovesse ferire, Elisa non lo farà che superficialmente.
Se si dovesse ferire Elisa avrà canzoni per cerotti e, scorrendo questa sua personale raccolta, si potrà quasi intuire la strada fin qui percorsa: un tracciato tortuoso, segnato da una colonna sonora disomogenea ed imprevedibile.
Un tracciato con poca memoria, in cui una canzone muore senza risonanze, senza ecografie che anticipino la prossima.
Un percorso in cui è la musica a guidare: come se non servissero navigatori, poiché si viaggia per condividere un’esperienza più che per raggiunger una meta.
Come se non servissero orologi, poiché senza meta non v’è neanche un Tempo stimato di arrivo.
Non v’è un Tempo, al di là di questo presente.

3.
Sara s’avvicina ai quarant’anni: ha quasi quarant’anni e vorrebbe dimenticarsene.
Sara non festeggia più i suoi compleanni da quando non è più sua madre ad organizzarglieli ed il Tempo lo scandisce partecipando a matrimoni: di amici o parenti, di amori perduti o non corrisposti.
Conta i mesi riguardandosi negli scatti di nozze altrui, senza più chiedersi se mai si celebreranno le sue: se ciò avverrà, dovrà solo trovare nuovi modi per scandire il Tempo.
Sara effettua bilanci sottraendo all’età degli sposi la sua, neutralizzando risultati dal segno negativo con il più efficace dei tamponi: Sara contrasta l’avanzare del Tempo regalandosi Tempo per sé.
Diluisce gli impegni e, tra un invito ad un matrimonio ed il successivo, gode del piacere di ritagli che si fanno sempre più grandi, a comporre un collage che fine non ha.
Sono ritagli di Tempo, spazi di Tempo, spazi nel Tempo: sono dolci pensieri che Sara si concede e, tra gli ingredienti, non contengono sensi di colpa.
Sono come i confetti ad un matrimonio, ma non hanno data di scadenza.

4.
Se chiedi a Sandro quanti anni lui abbia, ti risponde ormai settanta con la leggerezza di chi se ne senta ancora trenta: Sandro ha infatti tanti racconti da condividere ma ancor più sogni a cui dar forma.
Ha uno spesso quaderno con le pagine ingiallite, di quelli che si facevano un Tempo e che del Tempo resistono alle ingiurie: Sandro pesa gli anni scrivendo, intrecciando i suoi scritti con un laccio di cuoio dai nodi ben saldi.
Dai nodi saldi, stretti e duraturi, come le relazioni d’un Tempo.
Delle profondità del vivere scrive Sandro quotidianamente, usando la poesia per farsi più leggero: per osservare tali profondità da prospettive più alte, quasi riuscisse a sorvolarle.
Ha un quaderno che si è fatto grande e pesante: tanto grande e pesante quanto lieve e senza peso è il suo scrivere, quanto leggiadro è il suo abbandonarsi alla Vita.
Quando non scrive, Sandro suona: con l’acustica omaggia i Beatles e, mentre la sua voce s’intreccia agli arpeggi di Strawberry fields, d’anni gliene daresti solo venti.
Pare abbia ben inteso il messaggio di cui canta: Sandro, che giù in quei campi di fragole rimase una Vita intera, raccogliendone e conservandone i rossi frutti maturi tra le pagine ingiallite del suo quaderno.

Sandro, una fodera in pelle vissuta ed un’instancabile stilografica da cui mai si separerà (come fosse sua moglie, come le relazioni d’un Tempo).

Giulia, quadretti grandi e grandi matite colorate con cui gestire un’immaginazione che cresce più di quanto non facciano le sue piccole mani, veloci sulle pagine del diario per far sì che i pensieri non le superino.

Elisa, un quotidiano di desideri dipinti con smalto multicolore, come unghie ben curate nel cuore dell’Estate: desideri che a volte esplodono come chewing-gum in cui si soffino troppe speranze, ma l’esplosione è microscopica e non lascia tracce persistenti.

Sara, sogni infranti che sanno comunque far compagnia, a volte più che non gli invitati ad un matrimonio.
Sara, che con l’impazienza di Giulia attende ad ogni Primavera la fioritura di aspirazioni nuove.

Quattro personaggi, come le Stagioni da contare.
Quattro ricette per soggettivizzare il Tempo, relativizzando tutto ciò che l’oggettività dell’intelletto non è in grado di comprendere o contenere.
Quattro personaggi: piccoli, come i granelli di sabbia d’una clessidra dal flusso variabile.
Come lancette invisibili,
come i protagonisti d’una storia all’epilogo della stessa.

Come cerchi concentrici.

„Ti porto con me“ dissi smorzando sulle ultime sillabe la convinzione, quando fece presa in me il dubbio che forse non mi avrebbe capito.
„Ti porto con me“ ripetei forse troppo tardi, quando più non sapevo se mi avesse potuto sentire.

Parlavamo in fondo lingue diverse, senza mai averne condivisa alcuna: parlavamo due lingue diverse, due tra i sette miliardi di lingue che incrinano la quiete di questo pianeta.

„Ti porto con me“: ci riprovai con le parole, con lo sguardo, facendomi a lei più vicino.
Diminuendo le distanze affinché avvertisse al suo fianco la mia presenza, lasciando tra noi abbastanza spazio affinché non scordasse d’esser libera.

Per Dio.
Per Dio, fosse stata l’ultima cosa da fare prima di chiudere gli occhi le avrei donato la certezza di non esser sola: la sicurezza d’esser capita, compresa, accettata e rispettata.
In confezione pregiata le avrei offerto la consapevolezza che esista qualcuno a cui possa cedere i diamanti delle sue paure, qualora diventassero troppo pesanti da trasportare.
Qualcuno a cui lasciare i diamanti delle sue paure, qualora le loro asperità divenissero troppo taglienti da gestire.

Come avesse intuito il mio desiderare,
come volesse accettare il mio dono,
nella fredda brezza d’una notte di tarda estate si strinse in sé stringendosi a me.

Si fece piccola, poggiandosi sul mio respirare.
L’abbracciai lievemente, lasciando scivolare le mie dita sulla seta del suo vestire, intuendo ad occhi chiusi la profondità del suo sospirare: le definite prominenze del suo costato, la discesa verso la quieta depressione del suo ventre.

Dal limitare del bosco, come un plotone aereo schierato a difesa, un nutrito gruppo di lucciole si levò ascendendo per vie perfettamente verticali: salendo parallele ai nostri corpi esposti e tremanti parevano osservare curiose il nostro sentire, pronte ad un attacco che non sarebbe avvenuto mai.

Alle nostre spalle, un centinaio di piccole luci pulsanti.
Sulle nostre spalle, lo scalpitare d’una brezza sempre più nervosa ed insistente.

Inspirò a fondo, come potesse così imprigionare i venti e calmare le correnti.
Come se i suoi polmoni fossero grandi, così grandi da contenere e smorzare la brezza: così grandi, grandi quasi quanto il suo cuore.
Trattenne il respiro, come volesse scorgere le capriole del mio cuore, là sotto il suo.
Espirò lentamente, a lungo, come volesse liberarsi da tutte le altre paure: tutte quelle che neanche io avrei saputo gestire, tutte quelle da cui avrebbe voluto proteggermi.

Le lucciole indietreggiarono gradualmente, diluendo nel buio del bosco la vitalità del loro lampeggiare.

I nostri corpi si chiusero su sé stessi, come cerchi tendenti ad un centro condiviso: in armonioso movimento, cercando d’aumentare l’intersezione ma evitando la perfetta sovrapposizione, come a non turbare le proporzioni di quel leggiadro ondeggiare.

Sul giungere del candore della luna si spensero le risa di giovani ormai lontani, satelliti d’altri pianeti.

Sulla sinusoide del nostro respirare ci lasciammo trasportare: a dita intrecciate, come quelle degli amanti.
A dita intrecciate, con la gioia nel cuore di chi non sa dove andare.

„Ti porto con me“ espirò, nel breve istante in cui i cerchi si fecero concentrici.

Trascurabili piccole interruzioni.

This body holding me reminds me of my own mortality

Edward periva una decina di volte al giorno: non erano quelle certo morti permanenti quanto, come amava definirle lui, piccole fratture ramificate del suo flusso vitale.

Pochi secondi, seppur ripetuti più volte al giorno, in cui il suo vivere cessava di scorrere, lasciandosi cadere come un pesante mammifero marino verso l’assenza del buio dei fondali.
Una lenta caduta libera, con l’anima ricurva in posizione convessa.
Un movimento tanto lento quanto fluido in cui era la gravità a farla da padrone, disturbata solo da brevi oscillazioni laterali (il fluire delle correnti, il dipanarsi degli eventi).

Un centinaio di secondi al giorno ad occhi chiusi: pochi minuti in cui lasciarsi andare ad un sonno profondo da far assopire il cuore, come volesse riposarsi dall’intensità crescente del suo battere.
Un sonno pesante da rimodellare i polmoni: come fossero creta, come non avessero contenuto mai gas alcuno.

Wide eyed and hopeful
Wide eyed and hopefully wild

Edward aveva sempre riaperto gli occhi: di getto, come esplodono i petali dei fiori in Primavera, urlando con impeto per sopraffare l’Inverno.
Con trasporto ed ardore tornava Edward in superficie: come lottano i cervi nella stagione degli Amori, come balzano oltre le cime i raggi del Sole, dopo l’ultimo sbuffo d’una notte ormai finita.

This body holding me, be my reminder here that I am not alone
Embracing you, this reality here

Nei lunghi episodi di Vita ininterrotta, quando le sue funzioni vitali mantenevano costante la loro presenza, Edward provava un effimero piacere nel condividere piccole porzioni di Tempo con Amelie, la sorella che avrebbe avuto se non fosse nato e cresciuto figlio unico.

Amelie, forse per ferite mai chiuse o per semplice desiderio di leggerezza, del mare della Vita aveva sempre prediletto la superficie: si lasciava trasportare dalle correnti, talvolta spezzando la passività con lenti movimenti simili a quelli di un infante che s’abbandona al più amabile dei sogni. Amelie non nuotava: fluttuava sul pelo dell’acqua come innamorata di quell’invisibile linea di separazione tra stato gassoso e liquido, come se per lei i piccoli piaceri del vivere fossero sempre più intensi delle preoccupazioni.
L’esistenza per Amelie era sempre stata un gioco, un pulsante e continuo effluvio di fresche situazioni intramezzato talvolta da momenti di quiete: poiché anche giocare stanca, in fondo.

Amelie sorrideva con levità ogni qual volta Edward tornasse in superficie, nuotandole per qualche istante intorno: per quanto lieve il suo era un sorriso incontenibile come quello che segue il solletico, come quello dei bambini quando giocano e scherzano sott’acqua, là ove Amelie non sarebbe andata mai.
Suo era l’aroma dei frammenti di cannella che entropicamente terminano il loro slancio sulla turgida superficie di mezzelune d’arancia.
Edward era invece l’aculeo pungente dello zenzero che avrebbe trafitto sottili fogli di menta, sventrato esili baccelli di vaniglia.

In this holy reality, in this holy experience

Respirata attraverso gli aromi del loro trasudare, la loro amicizia generava pregnanti stimoli sensoriali: pareva aver un senso, al di là del sinuoso alternarsi delle maree che diluiva le condivisioni.
Vista attraverso il fluido della loro essenza, era questa un’affinità funzionale: riusciva a tessere impercettibili filamenti che sembravano avere una loro libera quanto sensata geometria.

Come una ragnatela secreta dalle ghiandole di due differenti aracnidi.
Come una tela tessuta a quattro mani, vibrante d’ispirazione e svincolata d’ogni trama.

Come la tensione che, liberata, avrebbe permesso al cuore di Edward di continuare a battere, donandogli un’esplosione d’ossigeno per superare ciascuna delle sue piccole morti.
Come la tensione che, liberata, avrebbe permesso al viso di Amelie di sorridere ancora.

Celebrating this chance to be alive and breathing.
This chance to be: alive, and breathing.
Alive (and) breathing.


In corsivo, citazioni di “Parabola” dei Tool (Danny Carey Justin Chancellor Adam Jones Maynard James Keenan)

 

Come Ulisse.

“Well then a black girl with no clothes on
She danced across the room
We charted the progress of the planets”

Erato si manifesta avvolgendoti in effimere e delicate spire: il suo invito è un suono che prende forma affinché tu possa, per brevi istanti, ascendere al suo fianco.
In quell’esistere sospeso il tuo cuore sussulterà e ti resterà il dubbio se anche lei, in questo frammento di Vita a mezz’aria, l’abbia potuto percepire.

Erato si muove distillando eleganza: come avesse il sangue blu,
come se con tanta grazia potesse fendere l’aria.
È sinuosa come un rettile e, come il rettile, sa cambiar pelle ogni qual volta stia per sopraggiungere l’obsolescenza: di un pensiero, di una convinzione, di un sentire interiore, d’un sentimento che pareva eterno e condiviso.

“Don’t the blood rush to your feet
To think that everything you do today
Tomorrow is obsolete
Technology and women”

Erato non parla, ma sorride con fare tanto sensuale quanto distaccato: Erato canta, se deve comunicare.
Erato canta e le sue corde vocali ti vibreranno attraverso, amplificando il tuo sentire: per un istante trascendente diverrai quindi cassa di risonanza, portavoce di quell’armonia.
Svincolando l’anima percepirai un’esplosione di suoni multicolore, un caleidoscopio di forme e voglie concentriche.

“Her hair is like the wine dark sea in which sailors come home”

Erato è inebriante come l’essenza dell’incenso e, come sbuffate di fumo sospinte dalla brezza marina, sa quando palesarsi al tuo fianco, quando farsi più vicina: è la sensualità che sgorga dalle pulsioni dell’adolescente, l’ammaliante fascinare che ancora scuote ed avvince l’adulto.

Erato è la brezza che non riesci a mordere: lambisce i tuoi fianchi e, voluttuosa, si lascia dondolare sulle tue scapole, oscillando lieve tra collo e spalle.
Quando lei vorrà finirà per insinuarsi tra le tue labbra ma, anche in quel tuo profondo respirare, non riuscirai a morderla.

Dei tuoi orgasmi mai raggiunti, lei è il più piacevole ed intenso.

“I say – The sun rises and falls with you-,
and various things about Love”

Erato si congeda carezzandoti lievemente, soffermandosi per un ultimo sguardo, come volesse restare: in quest’ultima illusione ti lascerà immobile, solo nella consapevolezza che non la potrai fermare mai.
Lei è già altrove e tu altro non puoi se non fotografare le impressioni, arginare in forme e colori perenni il tuo sentire, schiantare parole su carta.

Prima che sia troppo tardi.

Prima che rinasca, sotto nuove spoglie, circoscrivendo qualcun altro.
Prima che le spire del suo fascino allentino la presa, prima che muti ancora una volta in ricordo, come il mare d’inverno.

Come il caldo del mare d’inverno.

“This light you are carrying is like a lamp, hanging from a distant boat”

 


In corsivo citazioni di “More news from nowhere” di Nick Cave (Nick Cave, Nick Cave and the bad seeds)

End credits.

“Mister Florist, take my order please”

Al termine della proiezione dovemmo lasciare la sala.

In un attimo tale consapevolezza ci prese alla gola ed altrettanto rapidamente avrebbe voluto esser digerita: giunse sotto le spoglie d’uno stacco netto sui titoli di coda cogliendoci del tutto impreparati, risvegliando in noi infantili desideri.
Avremmo voluto, ad esempio, ricominciare la pellicola da capo: così avremmo fatto se regole precostituite non ce lo avessero negato,
se non ci fosse mancato il coraggio,
se le nostre energie non fossero state prossime all’esaurimento.
In alternativa, non potendo rivivere l’intera trama fin dalle sue battute iniziali, avremmo quantomeno voluto riconsiderarne gli ultimi avvenimenti:
pieno sarebbe stato il nostro impegno nel riscriverne gli eventi,
nell’improvvisare nuovi sviluppi cambiando così l’epilogo di tutta la sceneggiatura.

La nostra natura di spettatori, tuttavia, non ci consentiva alcun tipo di intervento: non ci fu nessuno slancio a concederci di superare l’impotenza, a far sì che potessimo valicare la passività.
Non ci fu agire alcuno a scuotere la stasi fino a traghettarci sulle sponde di una qualche attiva partecipazione.

I titoli di coda risalivano a velocità costante, dal basso verso l’alto, come in una clessidra dal funzionamento atipico, inatteso.
Inattesi giunsero ed in modo altrettanto inatteso scivolarono via, come la cascata d’un mondo capovolto.
Sul margine superiore dello schermo la scomparsa dei caratteri divenne metafora dell’inevitabile: così gli eventi avrebbero continuato a scorrere –
– a senso unico, senza occasione alcuna per invertire la rotta.

Da spettatori giungemmo in sala e spettatori ancora rimanemmo, nell’immobilità generata dalla deflagrazione di questo finale improvviso.

Nella confusione della platea che lascia la sala, tuttavia, una riflessione mi scosse portandomi a chiedermi se davvero fossimo (stati?) solo spettatori: le analogie tra il nostro vissuto e le scene finali del film, in fondo, non potevano più esser ignorate e vennero a far luce sulle mie supposizioni.
Io, come quell’attore fino a pochi minuti fa, ero impegnato a gestire l’incredulità che copiosa fluiva dalla sorgente del tuo agire.
Tu, come la protagonista del film, avevi già trovato rifugio in quella realtà illusoria, in quel tuo mondo fantastico in cui ogni frammento di vita è l’esito dell’interpretazione di un atto, di una scena.
E’ una battuta da recitare,
un sentimento da fingere.
Un personaggio a cui dar vita, finché lui vita avere vorrà.

Proseguivano le mie riflessioni mentre il pubblico lasciò la sala, accompagnato dall’ultimo brano della colonna sonora: sulle armonie di una big band anni ’40 lasciammo la sala anche noi, impressionando per un ultimo istante una pellicola che già aveva smesso di scorrere.

(E’ una battuta da recitare,
un sentimento da fingere.
Un personaggio a cui dar vita, finché lui vita avere vorrà).

“I want some red roses for a blue lady
Mister Florist, take my order please
We had a silly quarrel the other day
I hope these pretty flowers, chase her blues away”

In corsivo citazioni dal brano “Red roses for a blue lady” – Vaughn Monroes & his orchestra

L’augurio che indossi.

Una madre di famiglia: quarant’anni, pochi più.
Dieci in meno di quanti non ne dimostri.

Segue figlio e marito con passo incerto, stentato:
sul suo volto sono inequivocabili i lineamenti della rassegnazione,
le profondità della disillusione.
La convinzione deve averla lasciata dietro sé:
qualche migliaio di passi dietro sé.

Indossa una canottierina rosa sciupata dal Tempo:
pare averla da quand’era ragazzina,
come non volesse separarsene mai.
Con disinvoltura veste quella canottierina rosa lasciando trasparire la sua esile figura: è così magra ma avanza a fatica, come dovesse muovere ad ogni passo il peso di decenni di vita inespressa.
C’è una scritta, su quel vestitino rosa:

Your lucky destiny.

Ed è così fragile, il contrasto tra l’aspettativa di quell’augurio e la tristezza del suo sguardo.
Così netto, il dissapore tra l’aspirazione di quell’augurio ed il suo smarrimento nel non saper dove volger la tristezza.
Così dirompente, il conflitto tra la fede di quell’augurio e la demotivazione con cui, insieme ai suoi passi, trascina la sua confusione.

Senza un figlio ed un marito da seguire, era chiaro non avrebbe saputo dove andare.
Senza un figlio ed un marito da seguire, probabilmente non sarebbe nemmeno stata qui.
Senza figlio e marito, probabilmente non sarebbe stata.

Ma era così delicata, dolce e toccante la contrapposizione tra quella scritta sul vestito ed il suo sentire interiore che avrei voluto fermarla:
per un istante,
con un abbraccio.
Sussurrarle di non temere, perché quell’augurio si sarebbe potuto avverare:
se avesse smesso di ignorare la sua confusione,
se più non si fosse limitata a seguire altri fingendo vada bene così.
Se avesse lasciato sedimentare il disordine,
se avesse diminuito l’entropia:
se avesse semplicemente atteso,
per poi ritrovare se stessa.

Con un abbraccio, per un solo istante, l’avrei fermata.
Così che poi potesse ripartire, per un sol istante l’avrei fermata.
Un abbraccio: le avrei regalato una pausa tanto breve quanto inattesa, così che potesse ripartire.

Così che, poi, potesse ripartire.

C’mon,
Life goes on and so will she.
Life goes on, and so will she.

In corsivo, citazione del brano “Last September” – Duff McKagan

La durezza degli organi.

“Fatti lo stomaco duro e ingoia il boccone amaro.”

In età adulta, un rigurgito d’adolescenza è il giusto pretesto per sprofondare nelle riflessioni, scivolando giù: fino a che ve ne sia bisogno, fino a che non si avverta il contatto con fruttuose conclusioni.

La prontezza di reazione della giovinezza elaborata dalla consapevolezza dei trent’anni inoltrati: quello che resta tra le maglie del setaccio è la verità valevole ieri come oggi, la risposta a domande che continuiamo a porci, cercando l’approccio migliore ad un’Esistenza che ha più dimensioni e sfaccettature di quante i nostri sensi possano percepire.
E’ perciò il banco che vince, come sempre: perché vi saranno ancora domande prive di risposta, perché nuove situazioni giungeranno come rapaci in picchiata a coglierci nel vuoto della nostra inesperienza.

Poiché quando ci rapportiamo al Vivere, siamo noi il Davide di una storia dall’epilogo variabile: in balia d’una fionda che non sempre si mostra tesa e d’una mira, la nostra, dall’incostante accuratezza.
Consapevoli della nostra imperfezione e del fatto che inevitabile sia il raffronto con gli eventi che Golia con veemenza ci scaglia contro, cerchiamo quantomeno di preparaci al meglio.
Acquiamo i nostri sensi, rendendoci più consapevoli e percettivi.
Tendiamo i muscoli, divenendo rapidi e decisi quando urge un cambio di rotta.
Secerniamo ormoni, irrorando copiosamente organi e muscolatura.

Fuggiamo o combattiamo.
Vinciamo o cadiamo.
Ci rialziamo e nuovamente perdiamo.
Ci rialziamo ma questa volta vinciamo, continuando incessantemente ad accumulare esperienza.
E’ proprio la consapevolezza di quest’esperienza a suggerirci quello che, forse, è infine l’approccio migliore.
La quadratura del cerchio.
Golia che scopre il suo fianco.

In modo del tutto intimo e personale, impariamo quindi con il Tempo a regolare la durezza degli organi: due, in particolare, orientiamo in direzioni divergenti.
Lo stomaco si fa più duro, divenendo quasi insensibile alle fatalità del quotidiano.
Il cuore, al contrario, si mantiene morbido, in atteggiamento d’armoniosa accoglienza verso ciò che di buono ci aspetta sul cammino.

Aggiustare a nostro piacimento la durezza degli organi: incrementare la durezza dello stomaco, mantenere la benevolenza del cuore.

Regolare con certosina precisione la durezza degli organi: è forse tutto qua il segreto per disorientare Golia, per farlo vacillare fino alla definitiva perdita d’equilibrio, per vederlo rovinare al suolo in tutta la sua piccolezza.

Per riuscire a guardare oltre la montagna di polvere sollevata dal tonfo del gigante: per acuire lo sguardo ad Est, ove sorge il Sole ed inizia maestoso un nuovo giorno.


(Il propellente per tornare in orbita passa anche attraverso la colonna sonora adatta: iColonnelli, “il boccone amaro”).