Serramenti socchiusi.

“Puoi andare, quando ti pare”
“Ah, non avevo capito, scusa. Antipatico. Tanto va a finire che ci lasciamo”
“Vaffanculo”
“No, vaffanculo tu”


Fin dal loro primo incontro, Alice e Francesco avevan vissuto nella piena naturalezza: nella profonda pace di un’armoniosa naturalezza che tutto trasforma, anagrammando anche un sussurrato “vaffanculo” in un delicato “ti amo, sai?”.

Con naturalezza s’eran conosciuti: con naturalezza innamorati, nella Stagione in cui per il mondo là fuori gli amori estivi in realtà svaniscono, sublimando al Sole d’un Settembre in divenire.
Con naturalezza avevano intrecciato i loro vissuti: cercandosi costantemente, come si inseguono le eliche del DNA.
(Come si intrecciano le dita degli amanti, tra le foglie dell’Autunno a passeggiar).

Ne attraversarono di Stagioni insieme: di Natali a ridere in famiglia, con i piedi a sfuggire al freddo dell’Inverno tra i caldi e soffici cuscini del divano.
Di Primavere dall’irruenta spensieratezza e di Estati che sapevano scorrere in fretta, portandoli insieme a celebrare un altro anniversario ancora.

Il Tempo divenne così senza peso: trascorse via leggero, fino al giorno in cui Alice e Francesco la capacità di mandarsi a fanculo persero di vista.
Fu quello il giorno in cui lei sentimenti più non condivise, affidando la sua ricerca d’affetto alle imprevedibili voglie d’un gatto che (con parsimonia e ad orari improponibili) un po’ di coccole svogliatamente elargiva.
Francesco lumi non chiese poichè era evidente che, nel cuore di Alice, la risposta fosse frammentata oltre che incompleta: avesse voluto farla uscire in silenzio, le avrebbe aperto una miriade di piccoli dolorosi varchi nel petto.
Avesse voluto tradurla in fonemi e parole, le avrebbe ustionato bocca e laringe, mucose e corde vocali.
(Quei frammenti d’una risposta parziale sarebbero poi giunti ad un Francesco che, senza più difese alcune, avrebbe pagato a caro prezzo l’intenzione del suo domandare).

A heart that’s full up like a landfill

Francesco preferì allora restare in camera da letto:
a fissare il soffitto, ad abbracciare la chitarra.
A suonare, a non pensare.
A suonare, disturbando la perfetta verticalità dell’incenso che (perpendicolare al suo corpo disteso) saliva al soffitto dimenticandosi la gravità.
A suonare ancora, a rendersi insensibili i polpastrelli.
(Sarebbe stato così facile anche con il cuore?)

Bruises that won’t heal

In cucina, nel frattempo, Alice disponeva su qualsiasi superficie piana tazze colorate che, da contenitori a tempo indeterminato di caffè americano, divennero così originali accessori d’arredo: quattro di queste, in bilico sul davanzale, sembravano voler abbracciare tre piccole piantine grasse in perseverante attesa di un po’ d’acqua.
(O affetto).
(O entrambi).
Pareva ci mettessero tutto il loro impegno, queste tazze colorate con il caffè americano, nel portar calore o colore: ad Alice, alla cucina, alle tre piantine.
(Era un conforto però temporaneo, che il caffè in fondo si fredda in fretta e, al seguire del tramonto, si spengon con le luci anche i colori).

I’ll take a quiet life

Alice aprì appena la finestra, destabilizzando ulteriormente l’equilibrio di tazze e piantine: s’accese una sigaretta e, alla prima boccata di fumo, forse singhiozzò.
In quello stesso istante, oltre la porta socchiusa della stanza da letto, Francesco il suo arpeggiare d’improvviso arrestò.

A handshake

Alice lasciò libera l’emozione e, senza mai pianger davvero, iniziò invece a cantare.
La chitarra di Francesco, attraverso la porta socchiusa, al canto di Alice si venne ad intrecciare. 
(Non fan così anche le dita degli amanti che, superata l’insicurezza, riprendano insieme a camminare?)

Il testo della canzone fu didascalia perfetta per questa loro ritrovata fiducia, per questo sentire che non si cercava incrociando forzatamente lo sguardo ma che, con naturalezza, sapeva giunger anche ad occhi chiusi.

Negli anni a seguire, per Alice e Francesco non si palesarono più né spaventi né sorprese.
Non ci furono più né sveglie né sorprese.
Né ansie né sorprese.

No alarms and no surprises
No alarms and no surprises
No alarms and no surprises

“Please”.

In inglese, brevi citazioni da “No surprises” dei Radiohead – (Colin Charles Greenwood / Edward John O’brien / Jonathan Richard Guy Greenwood / Philip James Selway / Thomas Edward Yorke)

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