Al di là dell’attesa.

Nella sala d’attesa della stazione degli autobus ti avvicinasti sorridendo silenziosamente,
stringendo tra mani gentili un caldo infuso speziato:
ti avvicinasti lasciando che aromi di mare e deserto,
aromi di terre lontane,
portassero colore nella penombra di quella monocromatica sala d’attesa.

Fuori aveva quasi smesso di nevicare: un freddo sole invernale fingeva di riscaldare una vegetazione immobile,
una vegetazione congelata da mesi che sarebbe rimasta congelata per chissà quant’ altri mesi ancora.

Tra me e l’inverno un’ opaca vetrata,
un caldo contenitore d’aroma che solleva densi sbuffi di fumo fino ai miei occhi ed ancora più su.

Con lenta trasparenza poso su di te il mio sguardo e ricambio il sorriso, mentre qualche metro più in là un anziano signore tossisce pochi centimetri sopra una sciarpa dalle tinte sbiadite.
Ragazzine irrompono nel silenzio della sala con chiassose risate:
superficiali ma sincere risate,
superficiali ma sincere ragazzine.

Risate riecheggiano mentre guardiamo entrambi fuori, proiettandoci al di là della vetrata.
Dal nostro monocromatico rifugio ci troviamo così protesi oltre l’inverno, nelle stagioni che ancora devono venire ma che già si sono rivelate insinuandosi per un breve istante tra la nostra vicinanza:
stagioni si sono concretizzate in un sorriso complice, nel profumo di un delicato contatto d’epidermide.

Fuori il sole si fa più luminoso mentre noi, accorciando le distanze, lasciamo la sala ed i suoi inquilini:
temporanei o permanenti che siano li lasciamo con i loro pensieri,
con le loro abitudini e le loro emozioni,
con le loro abitudinarie emozioni.

Li lasciamo sorridendo alla piacevole confusione generata dall’intrecciarsi di stagioni differenti,
li lasciamo, sorridendo, alle loro attese.

Nella sala d’attesa della stazione degli autobus,
ti avvicinasti con un infuso d’erbe profumate.

Liquidi

Quelli quasi adulti inalavano l’aria fresca della sera.
Quelli quasi adulti accendevano sigarette,
sorridevano a brindisi solitari con rumorosa ipocrisia,
approcciandosi alla Primavera come risultava loro più naturale.

I più giovani saltavano in piscine mai troppo profonde,
sfiorando lanterne che parevano saltare con loro.
I più giovani saltavano tra i sorrisi dei quasi adulti:
dall’aria fresca della sera all’acqua fresca della piscina,
con spensieratezza saltavano.

Gli altri già dormivano o (così ci piace immaginare) da lontano osservavano in silenzio, sorridendo con malinconia.

Liquidi in bottiglie e bicchieri,
liquidi in piscine,
in corpi umani,
liquidi contenuti,
liquidi con contenuti.

Liquidi fluivano, senza anagrafiche variabili, verso la prossima Stagione.

Liquidi fluivano, senza anagrafiche variabili, come fluidi immiscibili con un Tempo che pareva non appartenerci quella sera e che, forse, non ci era appartenuto mai.

Come fluidi immiscibili,
continuavamo a fluire.

PresenzAssenza.

Non c’è la prevedibile credenza popolare nel mio scrivere,
quella stessa che associa nefasti presagi al 17, soprattutto se questi precede un weekend.

Non c’è la superstizione,
non c’è la prevedibilità.

Non c’è la pretesa della comprensione:
forse c’è, tra gli assenti, anche la reale intenzione della condivisione.

Ci sono azioni fuoritempo,
impegni e appuntamenti che (non riuscendo ad incastrarsi nel rigido tic-tac che invano cerca di scandire l’intangibile) mutano in non-impegni,Continua a leggere…