Attraverso il velo (la cera di Maya).

“Modern sundowns break me”

Maya ha, d’inverno, una pelle di cera.
La sera, quando l’unico bagliore è il sodio dei lampioni, attraversa le strade deserte della città lasciando che delicati fiocchi di neve scivolino, senza realmente toccarla, sull’irreale bellezza delle sue guance immacolate.
Nulla tocca la cera del tuo viso, Maya: neanche la madida danza di questa neve fresca.

“Undressed tonight, forsaken skin”

Maya ha, d’inverno, una pelle di cera.
La sera, quando l’unico calore è il sodio dei lampioni, attraversa il freddo blu di un tramonto mancato per ritrovar sé stessa nel silenzio di una nevicata.
Su questa neve fresca neanche i passi, Maya: neanche i pensieri riesci a sentire.
C’è spazio solo per le emozioni, che intorno a te danzano come fiocchi di neve sottomessi al tuo volere.
C’è spazio solo per emozioni che ti sfiorano, senza realmente toccarti: come si avvicina al tuo viso la neve, senza mai realmente bagnarti.

Maya ha, d’inverno, una pelle di cera: una pelle di cera ed un cuore caldo (magico, forse) che la cera non scioglie.

“I’ll wait until you can see me here (left so long alone)”

Vienimi incontro, Maya.
Copri queste distanze Maya, divorale con gli occhi ancor prima che con il tuo incedere sicuro: con lo sguardo, lo sai anche tu, sei già qui sul mio respirare.
La condensa del mio espirare, nel freddo di questa sera d’inverno, già s’apre per accoglierti, per abbracciarti.
Per scaldarti.
Copri queste distanze, Maya: divorale con l’intenzione, quella stessa che ci ha resi cera entrambi.
Cera, impermeabile all’umidità di questo clima ostile: un velo di cera quasi trasparente nell’avvolgere un cuore che, nel buio di questa notte d’inverno, umile faro sarà per chi seguirci vorrà.

“I’ll never say a word of this, I swear. I swear.”

Andiamo, Maya: un altro ovattato passo ancora, sulla tenerezza di questa neve soffice.
Un altro ovattato passo ancora: con la luce del nostro cuore a riscaldare quello dell’inverno.

Andiamo, Maya: là è già primavera.
Là è già primavera, Maya: è già rinascita.

“I swear”.

Citazioni in inglese dal brano “April” dei Tesseract, qui in versione rivisitata dagli Shadowboxer.
(Compositori: KAHNEY ALEC JOSEPH / MONTEITH JAMES ROBERT DENIS / POSTONES JAMES ROBERT / TOMPKINS DANIEL MARK / WILLIAMS AMOS PREM © Reservoir Media Music, Magic Arts Publishing Usa)
Hey, Shadowboxer, if you are reading this I want you to know that you are worthy of my deep gratitude and appreciation: you’ve made a real gem with this cover & video. Thanks.

Il dinamismo dell’equilibrio.

Is this fake, all you need?

C’è una stanza speciale che nessuno conosce, tranne te: un luogo incantato in cui, con imperturbabile quiete, pianifico da anni una partenza che si fa vicina.
C’è un letto, al centro di questa stanza: è così basso e largo che pare volersi radicare, con inamovibile stabilità, fin nel profondo della Terra.
Sull’accoglienza del letto, elegantemente ripiegati, i morbidi vestiti scelti per il viaggio: sono disposti con ordine, come fossero coordinate precise tra gli assi di Cartesio.
Come fossero figurine dei calciatori: di quelle introvabili, di quelle che i bambini amano ammirare con religiosità senza mai trovar il coraggio di incollarle sull’album.

Al centro del letto che è al centro della stanza, tra l’ordinata disposizione dei vestiti, uno spazio è rimasto vuoto.
Tra gli assi di Cartesio, in quel punto, qualcosa non ha funzionato: è l’incompletezza della logica matematica.
È la tensione insita già nel bambino, quando si fa cosciente che di tutto l’album manchi proprio solo quella figurina lì.

Lì, in quello spazio fino a poco fa vacuo, ho poggiato la foto di quel Monte a noi caro: vi è raffigurata una vegetazione viva, rigogliosa, che con Amore lascia spazio alla Luce che viene dall’Alto.
Nella foto ancora non si vede, ma ci siamo anche io e te: siamo piccoli, ci siamo fatti piccoli, di fronte alla grandezza dell’Universo.
Piccoli, in un’Energia così grande.

Ora, in questa stanza così speciale, avverto la tua presenza alle mie spalle: sei in piedi sulla soglia della porta, un paio di metri dietro me.
In padmasana sul pavimento, mi sento piccolo dinnanzi alla tua statura eretta.

My voice, its subtlety

Con calma e flebile voce ti parlo del viaggio, di come manchino praticamente solo più i biglietti aerei, nell’esaurirsi di un’attesa che ha maturato i tempi.
Di fronte alle emozioni di una partenza e citando parole non mie, ti chiedo di ignorare il diritto alla paura: siamo legati a ciò che sogniamo.

Ignore the right to fear
You’re bound by what you dream

Fuori è notte di Luna piena: dalla finestra socchiusa filtra in stanza una fresca brezza ristoratrice, una luce fioca a sufficienza da permetterti di prender parola.

The light is weak enough
To let you speak
(Come closer, I am here)

Ti fai vicina, un passo ancora: fiore di loto anche tu, alle mie spalle.
Le tue gambe così ripiegate poggiano sulla mia schiena eretta: le tue ginocchia a lambire i miei fianchi.
Le tue labbra, vicine ora al mio viso, mi dicono che è giunto il Tempo di “liberare quei meccanismi inconsci che hanno condizionato il nostro vissuto finora, spesso utilizzati in modo automatico come maschere, come scudi protettivi di quelle ferite troppo dolorose da guardare direttamente”.

Ti ascolto, socchiudendo gli occhi: poggiando le mani una sull’altra, centrandole sul Cuore.

Come closer, I am here
Come closer, I am here
Come closer, I am here

C’è un Simbolo, appeso al muro in questa stanza speciale, che risplende ora d’una Luce intensa: è il dono che portasti con te al nostro primo incontro e pare ora più luminoso della candida pienezza del Satellite.

È il dono che portasti con te al nostro primo incontro, e ci accompagnerà per chissà quanti altri incontri ancora.
Per chissà quanti altri viaggi ancora ci accompagnerà.
Per chissà quanti altri viaggi ancora ci accompagneremo.

Just trust my eyes, you’ll see

In inglese, citazioni da “Satellite” dei Votum (Compositori: bart sobieraj / adam kaczmarek / adam łukaszek / bart turkowski / piotr lniany / zbigniew szatkowski)
Photo credits: Sachi Shiomi 

Uno.

Giunti sul culmine della collina, io e Sara ci arrestiamo entrambi:
lo facciamo nella sincronicità di uno sguardo condiviso, senza usare la parola.
Tra i suoi occhi ed i miei solo la delicata tensione di intangibili filamenti celesti,
perfettamente distesi nella loro eterea essenza.

Il Sole, ancora intorpidito dal sonno, si mette ora a sedere sui crinali:
da quelle alture viene il primo dei raggi del nuovo giorno ad avvolgerci, Sara.
È un caldo ed intenso abbraccio: ha il colore dell’ambra ed in quel colore a me ti avvicina.
È il nostro percepire che si amplia al di là dei sensi: che sa andare oltre, come scavalca il Sole le montagne.

È giorno, e tu ti fai più vicina.
Conti i centimetri, adesso, Sara?
Quanti saranno: ottanta, settanta?
Mi sento accolto e, in questo mio sentire, muovo un piccolo passo anche io: quaranta.

I want you to tell me who you are,
in your dreams.
Who is there,
and is it beautiful?

Mantieni lo sguardo ed il silenzio, Sara:
in questo silenzio dimmi chi tu sia, nei tuoi sogni.
È bello ciò che vedi?
Quali sono i colori del tuo percepire, quale la sua colonna sonora?
Continua a rispondermi così: mantenendo su di me lo sguardo, mentre anche io non vedo che te.

Puoi farlo, Sara: se lo vuoi, fatti più vicina.
Venti.

Do you know?
If it is a word
is it love?

C’è una mano, ora, a dieci dita.
Questo c’è, mentre lasci che le tue labbra poggino sul mio viso come le foglie d’autunno sulla rugiada dei prati.
Ora, per un istante, socchiudiamo entrambi gli occhi.

C’è un corpo, sul culmine della collina: un corpo con quattro occhi socchiusi.

Un corpo, nell’abbraccio di un Sole che ha ormai superato le montagne.

 

In inglese, citazione dal brano “Like Music” degli Ulver (ripresa poco sotto anche in italiano).
(Autori: Jørn H. Sværen, Kristoffer Rygg & Tore Ylwizaker)

L’ultima Matrioska.

Try this trick
and you’ll ask yourself:
“Where is my mind?”

Era sera ormai tarda: una tarda sera d’ottobre quando Dylan, sentendosi la testa stranamente vuota e leggera, infilò d’istinto la giacca per uscir incontro all’aria d’autunno.

Un’elettricità tangibile dirigeva l’invisibile danza di azoto e ossigeno: come stesse per rinascere l’universo intero e le stagioni, affaccendandosi frenetiche per prepararsi all’evento, si confondessero le une nelle altre scambiandosi le vesti.

In questa tensione creativa, forse poiché ormai maturo, autunno ricevette in dono da primavera lunghi pomeriggi in grado di strappare l’oscurità a morsi, di restituire a sere tarde come questa la luce che loro spetta.

Vestito a primavera, autunno rappresentava ora l’ultima d’una lunga serie di gravide matrioske: l’ultima che, in questa tarda sera d’ottobre, avrebbe dato i natali ad una stagione nuova.

Un ultimo travaglio, poi nient’altro che Vita.

Un ultimo travaglio, poi nient’altro che Vita: come se la mente di Dylan avesse finalmente smesso di comprendere e razionalizzare, delegando al cuore il compito di accoglier ed accettare.
Come se la mente di Dylan avesse infine imparato a tacere, lasciando al cuore il compito di ascoltare.

Era una tarda sera d’ottobre e Dylan, fluidamente, tra i viali alberati di un paese assopito riprese a camminare.

 

(La breve citazione in inglese è dei Pixies: “Where is my mind?”, brano qui riproposto in un’intima veste piano&voce. Compositori: Charles Michael Kittridge Thompson).

Serramenti socchiusi.

“Puoi andare, quando ti pare”
“Ah, non avevo capito, scusa. Antipatico. Tanto va a finire che ci lasciamo”
“Vaffanculo”
“No, vaffanculo tu”


Fin dal loro primo incontro, Alice e Francesco avevan vissuto nella piena naturalezza: nella profonda pace di un’armoniosa naturalezza che tutto trasforma, anagrammando anche un sussurrato “vaffanculo” in un delicato “ti amo, sai?”.

Con naturalezza s’eran conosciuti: con naturalezza innamorati, nella Stagione in cui per il mondo là fuori gli amori estivi in realtà svaniscono, sublimando al Sole d’un Settembre in divenire.
Con naturalezza avevano intrecciato i loro vissuti: cercandosi costantemente, come si inseguono le eliche del DNA.
(Come si intrecciano le dita degli amanti, tra le foglie dell’Autunno a passeggiar).

Ne attraversarono di Stagioni insieme: di Natali a ridere in famiglia, con i piedi a sfuggire al freddo dell’Inverno tra i caldi e soffici cuscini del divano.
Di Primavere dall’irruenta spensieratezza e di Estati che sapevano scorrere in fretta, portandoli insieme a celebrare un altro anniversario ancora.

Il Tempo divenne così senza peso: trascorse via leggero, fino al giorno in cui Alice e Francesco la capacità di mandarsi a fanculo persero di vista.
Fu quello il giorno in cui lei sentimenti più non condivise, affidando la sua ricerca d’affetto alle imprevedibili voglie d’un gatto che (con parsimonia e ad orari improponibili) un po’ di coccole svogliatamente elargiva.
Francesco lumi non chiese poichè era evidente che, nel cuore di Alice, la risposta fosse frammentata oltre che incompleta: avesse voluto farla uscire in silenzio, le avrebbe aperto una miriade di piccoli dolorosi varchi nel petto.
Avesse voluto tradurla in fonemi e parole, le avrebbe ustionato bocca e laringe, mucose e corde vocali.
(Quei frammenti d’una risposta parziale sarebbero poi giunti ad un Francesco che, senza più difese alcune, avrebbe pagato a caro prezzo l’intenzione del suo domandare).

A heart that’s full up like a landfill

Francesco preferì allora restare in camera da letto:
a fissare il soffitto, ad abbracciare la chitarra.
A suonare, a non pensare.
A suonare, disturbando la perfetta verticalità dell’incenso che (perpendicolare al suo corpo disteso) saliva al soffitto dimenticandosi la gravità.
A suonare ancora, a rendersi insensibili i polpastrelli.
(Sarebbe stato così facile anche con il cuore?)

Bruises that won’t heal

In cucina, nel frattempo, Alice disponeva su qualsiasi superficie piana tazze colorate che, da contenitori a tempo indeterminato di caffè americano, divennero così originali accessori d’arredo: quattro di queste, in bilico sul davanzale, sembravano voler abbracciare tre piccole piantine grasse in perseverante attesa di un po’ d’acqua.
(O affetto).
(O entrambi).
Pareva ci mettessero tutto il loro impegno, queste tazze colorate con il caffè americano, nel portar calore o colore: ad Alice, alla cucina, alle tre piantine.
(Era un conforto però temporaneo, che il caffè in fondo si fredda in fretta e, al seguire del tramonto, si spengon con le luci anche i colori).

I’ll take a quiet life

Alice aprì appena la finestra, destabilizzando ulteriormente l’equilibrio di tazze e piantine: s’accese una sigaretta e, alla prima boccata di fumo, forse singhiozzò.
In quello stesso istante, oltre la porta socchiusa della stanza da letto, Francesco il suo arpeggiare d’improvviso arrestò.

A handshake

Alice lasciò libera l’emozione e, senza mai pianger davvero, iniziò invece a cantare.
La chitarra di Francesco, attraverso la porta socchiusa, al canto di Alice si venne ad intrecciare. 
(Non fan così anche le dita degli amanti che, superata l’insicurezza, riprendano insieme a camminare?)

Il testo della canzone fu didascalia perfetta per questa loro ritrovata fiducia, per questo sentire che non si cercava incrociando forzatamente lo sguardo ma che, con naturalezza, sapeva giunger anche ad occhi chiusi.

Negli anni a seguire, per Alice e Francesco non si palesarono più né spaventi né sorprese.
Non ci furono più né sveglie né sorprese.
Né ansie né sorprese.

No alarms and no surprises
No alarms and no surprises
No alarms and no surprises

“Please”.

In inglese, brevi citazioni da “No surprises” dei Radiohead – (Colin Charles Greenwood / Edward John O’brien / Jonathan Richard Guy Greenwood / Philip James Selway / Thomas Edward Yorke)

Una partenza inattesa.

Al cuore del suo sessantesimo compleanno Anna espirò a fondo per le candeline,
inspirò profondo per contenere l’Emozione,
si congedò in silenzio per una partenza inattesa.

      Anna partì per tornare ai luoghi dell’infanzia: per ritrovarsi bambina a millesettecento metri di quota, là dove la montagna inizia a farsi alta.
Alta: Anna ricorda lo dicessero anche di lei giù in paese, quando non aveva ancora cinque anni ma (per i pochi abitanti d’una vallata quasi deserta) era già diventata grande.
Su quelle cime, scegliendo vie apparentemente casuali, Anna si divertiva ad esplorare il mondo: così faceva in autonomia, con la spensieratezza d’una bambina sicura di ritrovare sempre i genitori non appena voltato lo sguardo.
Affiancata dalla loro mai soffocante presenza, Anna aveva potuto vivere a pieno il netto di tutte le esperienze possibili alleggerite dall’inutile tara di irrazionali paure: così si era formata, ove le pinete hanno aromi più pungenti degli aghi con cui proteggono la verginità dei pendii.
Ove le pinete hanno aromi più pungenti degli aghi con cui i piccoli piedi della giovane Anna danzavano e giocavano, crescevano ed apprendevano: sognavano e mai si pungevano, mossi solo dai lenti movimenti armoniosi di chi anche nel sonno incubi non ha.

      Proseguì Anna, guidata nel suo viaggio indefinito da venti su cui non aveva controllo: proseguì fiduciosa, toccando nuovamente terra sulle colline in cui, ventenne, aveva lasciato gli ultimi spasmi violenti di un’adolescenza in dissolvenza a riposare.
Anna toccò terra e lasciò i piedi nel morbido terreno a sprofondare: gli stessi piedi che, fino a poco fa, erano occupati con gli aghi di pino a giocare.
Toccò terra e nella terra i piedi sprofondò, come se in quella terra avesse dovuto crescere e radicare.
Ad occhi chiusi, Anna inspirò: la brezza, al tramonto, aveva lo stesso profumo di allora (era l’aroma intenso di un’Estate che, anche al cuore di Agosto, aveva ancora molto da dire).
Anna espirò, aprendo gli occhi alla vibrante intensità dei gialli girasoli, la stessa vibrante intensità che con la sua adolescenza fiorì.
Così quei girasoli avevano atteso che Anna tornasse, con i loro colori intensi ed i loro robusti fusti eretti: così, come adolescenti fieri e caparbi, ancora ostinati a mostrar le spalle al Sole.
Erano nati con la bellezza di un’Anna adolescente e tale bellezza avevano atteso tornare, conservando nel frattempo la loro.
A dispetto del Tempo.
A dispetto del Tempo e del pensare comune,
mostrando sempre le spalle al Sole.

      Salì ancora in barca Anna, su quest’accogliente barca senza timone: lasciò i pensieri tra i flutti e, nella quiete a seguire, approdò tra gli scogli d’una spiaggia familiare.
Giunse a riva Anna, con l’eleganza dei suoi piedi a lasciar il terreno dei girasoli tra le onde ormai calme del mare la sera.
A lasciar gli aghi dei pini nel terreno dei girasoli nelle onde ormai calme del mare la sera.
Su quella spiaggia Anna percorse tutti i suoi trent’anni e negli scogli di quella spiaggia lasciò stratificare le nervature di potenzialità che seppe con il Tempo risvegliare: diventò donna, senza uomo alcuno.
Giunse così l’età adulta ed Anna, provando a dirigere i primi consapevoli passi, osservò l’alternarsi delle maree farsi imprevedibile: testardo ed imprevedibile, come i girasoli in collina.
Nella bizzarria di quei flutti vinse con coraggio le sue paure affidandosi con distensione alle correnti: fu un processo lento, lento ed armonioso, come l’eleganza con cui la medusa nelle stesse correnti i filamenti distende.
Tra le alte onde, nel mare profondo, diluì Anna le ansie adulte: lontana dalla spiaggia d’approdo, là dove la burrasca toglie agli occhi la vista senza privare d’ossigeno i polmoni, tornò Anna a respirare.
Che poi, anche ad occhi chiusi, aveva l’aroma pungente delle pinete a darle conforto.
Il giallo vibrante dei girasoli a scaldarle il cuore.

Il mare, poi, la riporterà a riva.

Smorzando il suo ruggito, il mare la consegnerà a lidi nuovi, ove pinete, spiagge e colline convivranno in armonia.
Spazi nuovi, ove pinete, spiagge e colline in armonia muteranno le une nelle altre: lentamente, come distende la medusa i tentacoli.
Lentamente, come fluttua e muta densa la lava in quelle lampade colorate di sessant’anni fa.

Al cuore del suo sessantesimo compleanno, Anna partì.

 


Nell’estro del pittore.

Il Sole penetra con mezzelune innocue e taglienti i boschi di Settembre:
fende l’aria fresca del mattino, fende il silenzio.
Si riflette sulla rugiada dei declivi, nello sguardo di chi quegli spazi abbia eletto a sua dimora.

Amazzone in sella al suo dorato destriero, la penetrante luce del mattino conosce vie nient’altro che rette e tali vie percorre fiera: senza esitazioni, a velocità crescenti.
Con frenetica ingordigia divora il nulla della notte arrestando solo alle profondità del bosco la sua bulimica corsa: lì, ormai sazia, riempie i volumi delle case di chi abbia scelto di restare.
Riempie i cuori di chi abbia scelto di tornare.

I colori del bosco, nel nulla della notte nient’altro che sommesse vibrazioni silenti, s’aprono ora all’alchimia di queste luminose mezzelune roteanti: la reazione è immediata e, impetuosa, s’avventa verso l’esplosione armoniosa di centinaia di lunghezze d’onda differenti.
Come un pittore che, all’apice dell’estro creativo, scagli la sua tavolozza a velocità superiori a quelle dei fotoni che gli danno la vista: così è quest’alba nel silenzio del bosco.
E’ l’onda d’urto di un’epifania che ci avvicina al sentire di chi su queste alture si tratterrà fino a sera inoltrata: fino a che la vista si farà stanca e confusa, rendendo al bosco l’intensa ricchezza delle sue cromie.
Fino a che la memoria si farà rarefatta e penetrabile: invisibile, come l’abbraccio degli alberi trafitto dall’alba di un nuovo giorno.